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una panchina per sabina

 
 

 

 
 

 

Una panchina nel Parco Ventaglieri ricorderà Sabina Cangiano, attice napoletana scomparsa a Londra il 10 maggio scorso, organizzatrice culturale del Damm di Montesanto

 

 
 

 

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da la Repubblica Napoli del 19 giugno 2012

Il 19 giugno è prevista al parco Ventaglieri a Montesanto una commemorazione festosa di Sabina Cangiano, attrice napoletana scomparsa a Londra il 10 maggio scorso, a 42 anni, dopo una lunga malattia. Sabina è stata attrice a teatro con Toni Servillo, ha messo in scena spettacoli tratti da Franca Rame e Annibale Ruccello tra gli altri, e nella seconda metà degli anni Novanta, prima di lasciare Napoli e stabilirsi a Londra, è stata organizzatrice culturale appassionata e coraggiosa in un centro sociale atipico, il Damm di Montesanto, dove non a caso le persone che le volevano bene hanno deciso di ricordarla.

Il Damm venne occupato nell’agosto del ’95, un po’ in ritardo rispetto alla fioritura di centri sociali nell’Italia dei primi anni Novanta, ma la sua originalità dipendeva soprattutto dalla matrice differente rispetto a quella militante di molte occupazioni, e dal trovarsi in un popoloso quartiere del centro storico piuttosto che in un capannone in disuso della periferia. “Artisti e intellettuali hanno occupato una palazzina di tre piani abbandonata da anni…”, suonava così l’attacco un po’ naif del volantino che annunciava l’apertura di uno spazio pubblico, oggi parco Ventaglieri, costruito con i soldi del dopo-terremoto per collegare la parte alta con quella bassa di Montesanto, ma rimasto incompiuto e inutilizzato come tante attrezzature pubbliche di quel periodo.

Non ci volle molto agli occupanti del Damm per mettere da parte l’entusiasmo un po’ ingenuo degli inizi. Il confronto con il quartiere, nelle sue componenti più inquiete, i bambini e gli adolescenti soprattutto, richiedeva prontezza di spirito, idee efficaci e immediatamente operative. Stimolati da quel contesto, difficile ma non ostile, misero in atto una strategia bifronte: da un lato, l’apertura della palazzina e del bellissimo parco – attraverso concerti, spettacoli, laboratori – alla gioventù proveniente dal resto della città; dall’altro, l’ascolto rispettoso delle esigenze del quartiere, che a suo modo richiedeva una parte di attenzione e di coinvolgimento. Nacquero così cartelloni teatrali dove figuravano Marco Paolini, Societas Raffaello Sanzio, Danio Manfredini, Stefano Benni e altri ancora (e fa un certo effetto oggi che lo Stabile cittadino ci propone un’altra stagione con la casta più bollita e stagionata del teatro nostrano), ma anche rassegne di teatro ragazzi e di guarattelle nel parco, costruzione di carri allegorici per il carnevale, cacce al tesoro all’aperto che coinvolgevano centinaia di bambini.

Sabina rappresentava bene una delle anime di quella esperienza. C’erano idee nuove che aveva urgenza di mettere alla prova, e in quel posto poteva finalmente provarci. Lo faceva con una allegria gentile, che a prima vista poteva sembrare inadatta, in un luogo per “duri”, e per maschi, dove gli imprevisti erano all’ordine del giorno e far funzionare le cose richiedeva il doppio dello sforzo che altrove. Ma in realtà quella disponibilità, quella attitudine positiva non significavano affatto sprovvedutezza, erano solo il suo modo di accogliere, di coinvolgere, di spazzare via la paura e la diffidenza altrui. Oltre a far nascere spettacoli, a invitare altri attori e compagnie in quegli spazi, Sabina non perdeva d’occhio la presenza dei ragazzini che frequentavano il parco: gli trovava una parte in scena, li invitava ad assistere agli spettacoli, anche quando le loro intemperanze da bulli insicuri ne consigliavano l’esclusione. Il messaggio era semplice: il mondo è più ampio e più vario del vostro rassicurante quartiere, in cui vi siete trincerati e in cui agli altri fa comodo rinchiudervi; prima o poi dovrete uscirne, ed è meglio farlo qui insieme a noi, che altrove nei soliti modi traumatici.

Era un messaggio che valeva anche nel senso inverso. In quegli anni, infatti, la palazzina in cima al quartiere funzionò come una porta girevole per chi veniva da fuori: varcata quella soglia si entrava in contatto, senza mediazioni, con la parte oscura della città, quella sgraziata, all’occorrenza violenta, ma anche calorosa e appassionata. Per mettere in pratica le proprie “brillanti” idee, i giovani illuminati dovevano farci i conti, adattarsi, essere in grado di coglierne i sorprendenti insegnamenti. Si trattava di un buon esercizio e chi lo affrontò con coscienza ne conserva tuttora i doni. In coloro che in quel posto si formarono come artisti, Sabina tra questi, l’impronta di quei vissuti riaffiorerà anche a distanza di tempo.

Di Bassolino sindaco si può dire tutto il male che si vuole, ma almeno ai suoi tempi non andava di moda la “democrazia partecipata”. Qualche vaga velleità verbale e nulla più: sul piano concreto, nemmeno il gesto. Così i primi anni del Damm trascorsero felicemente nell’indifferenza delle istituzioni; era anzi il centro sociale che periodicamente doveva sollecitarne l’intervento; e, a furia di insistere, si ottenne prima la presenza dei giardinieri nel parco e poi la sua apertura ufficiale; in seguito, occupandone i locali, anche la messa in opera delle scale mobili, che dovevano collegare salita Tarsia a via Ventaglieri – e che ormai da molti anni sono tornate immobili.

Fu così che un piccolo gruppo di persone, spalleggiato da un pugno di sostenitori avvertiti e generosi, tenne aperto per alcuni anni un luogo in cui si faceva politica e cultura, anche se nessuno amava insistere troppo su quelle due parole. Si fece senza chiedere soldi né riconoscimenti, semplicemente perché sembrava necessario farlo, e anche perché il più delle volte ci si divertiva. Può essere utile ricordarlo ora, mentre gli “addetti ai lavori” discutono da mesi sul dover essere delle politiche culturali cittadine senza concludere un granché. La storia dei movimenti culturali della città ha preso spesso cammini sotterranei, che hanno lasciato tracce poco visibili nei documenti ufficiali, ma hanno mostrato delle strade, trasformando in profondità la vita delle persone. Sono tracce e legami che in certe occasioni riaffiorano. Per esempio, quando c’è da dare insieme l’ultimo saluto a un’amica. (luca rossomando)

 

     

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