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essere educatori oggi

 
 

 

 
 

 

L'intervento di una operatrice di "Chance" e del "Parco sociale" ad un convegno milanese sulla scuola

 

 

 

Atti del Convegno

"Essere educatori oggi. Tra scuola e territorio, tra locale e globale" Sesto San Giovanni 29 marzo 2007

 

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Il mio intervento non sarà una presentazione teorica, ma una testimonianza che intende dar vita a molteplici riflessioni, personali e collettive...poiché sono convinta che ogni teoria possa avere valore unicamente se elaborata sull’osservazione della realtà. Leggendo il programma del convegno, tra i titoli, i sottotitoli e gli obiettivi dell’incontro, mi è parso di ritrovare il senso del lavoro che ho la fortuna di poter praticare. “Portare il mondo a scuola”: già nello slogan del tema si potrebbe rintracciare il fine primo del Progetto “Chance” che si propone di condurre i ragazzi a scuola, però portando con sé il loro mondo, da cui partire per fare educazione e istruzione. La scuola, dunque, non come mondo sovrastrutturato a cui l’ individuo si deve conformare, bensì come mondo in miniatura riprodotto dalle persone che stanno formandosi insieme. Cesare Moreno, progettista e padre fondatore di “Chance”, spesso insiste sugli “ambienti di apprendimento” intesi, credo di ben interpretare, come atmosfera relazionale in cui avviene il processo della trasmissione di conoscenza e coscienza. Il concetto è che l’apprendimento concepito, metaforicamente ma anche realmente, come nutrimento può attuarsi solo se la persona in formazione si sente protetta, curata, amata. Il Progetto “Chance” da nove anni opera nei quartieri popolari del centro e della periferia di Napoli al reinserimento scolastico e al recupero sociale di minori evasori dell’obbligo scolastico, dunque che smettono, tra i 10 e i 13 anni, di andare a scuola perché rifiutano l’istituzione non recependone valore per la loro vita, o perché rifiutati dall’istituzione che non è capace di accogliere ragazzi portatori di disagi e dolore che spesso si manifestano come disturbi e aggressività.

I ragazzi che il progetto prende in carico, per accompagnarli all’esame di licenza media prima e all’orientamento ed alla formazione professionale poi, sono portatori di gravissime difficoltà: le loro giovani esistenze sono profondamente segnate dalla sofferenza e dall’abbandono, come pure dalla violenza psichica ancor più che fisica. Sono ragazzi con famiglie scombinate nelle quali il ruolo di genitore quasi mai è impersonato dalle madri e dai padri naturali, la casa non è affatto un ambiente stabile e sicuro, le relazioni e le azioni si fondano su una morale sociale aberrante e assolutamente autoreferenziale. I ragazzi arrivano a “Chance” tramite segnalazioni dei Servizi Sociali e sono scelti attraverso un accuratissimo processo di selezione che docenti ed educatori conducono con esclusiva dedizione e intensa riflessione. È una enorme responsabilità per tutti la costituzione del gruppo di ragazzi che s’imbarcherà sulla “nave Chance”, metafora di un viaggio intriso di speranze, e forse in certo senso privilegiato, verso un futuro migliore. Così, una volta imbarcati al Progetto Chance”, ogni parola, ogni gesto, ogni atto devono essere significativi, per poter fare veramente educazione. La sede è un luogo fisicamente scolastico, ma che, occupato dal progetto, risulta costituito da una varietà di luoghi predisposti alle particolari attività ed ai peculiari bisogni: aule tematiche, laboratori, sala informatica, spazio mensa, salone, spazio fumo, terrazzo, sala professori, bagni, deposito, corridoi e poi armadi, spazi d’affissione, giochi, strumenti, librerie...ogni spazio è affidato a tutti, purché ognuno ne rispetti la funzione. Le attività didattiche si svolgono al mattino, ma basate su una metodologia speciale che stabilisce una relazione intima adulto ragazzo,permette di portare a termine il compito a scuola, prevede il contenimento del rifiuto di lavorare come momento di accoglienza dell’inquietudine, cura l’ allontanamento ed il rientro nel setting, si integra con le attività extrascolastiche, propone spazi di discussione formale ed informale, si conclude quotidianamente con l’auto-valutazione condivisa di ognuno dei ragazzi sul proprio impegno durante la giornata. Una delle caratteristiche dell’area d’ istruzione del progetto sta nel rielaborare in ambito didattico le esperienze vissute insieme dentro e fuori la scuola: i laboratori, le uscite, gli eventi, le ricorrenze sono tutti fonti preziose cui attingere per dar forma a contenuti ed emozioni. Le attività educative, scolastiche ed extrascolastiche, sono indissolubilmente legate alla vita di scuola. Gli operatori si occupano dei ragazzi in tutte le sfere non strettamente didattiche...ciò equivale a dire che entrano professionalmente e personalmente nella vita delle persone di cui si fanno carico. Al mattino e a pranzo si mangia a scuola, insieme agli educatori per creare momenti di relazione informale protetta in cui si ha modo di curare le relazioni interpersonali e costruire il senso di gruppo, di tenersi informati sulla vita dei ragazzi, di osservare le dinamiche emozionali e sentimentali, di rafforzare messaggi educativi, di intervenire in caso di difficoltà per qualcuno, ma pure per trascorrere momenti di relax e giocare assieme. Durante le ore di lezione, un operatore assolve alla funzione di tutor d’ aula, un altro resta nei corridoi, pronto ad accogliere chi si dovesse trovare in difficoltà non riuscendo a restare al lavoro in classe; sono i momenti più faticosi poiché, pur comprendendo il problema e sotto richiesta forte di assecondare, la priorità dev’essere tornare al compito prima possibile...e convincerli è sempre un’ impresa immane. Gli operatori si occupano di uscite, sport, campiscuola e laboratori. Inoltre gestiscono autonomamente un centro di aggregazione giovanile territoriale che opera nel quartiere coinvolgendo ragazzi di strada (anche esterni a “Chance”) che dovrebbe avere funzione di prevenzione del rischio sociale e monitoraggio sulle realtà del territorio...ma che si rivela una indefinita presa in carico anche dei ragazzi del quartiere e spesso delle loro famiglie. E si ritorna al programma del convegno che recita: “Essere educatori oggi, tra scuola e territorio, tra locale e globale. Educazione allo sviluppo e educazione po-polare a confronto”. Parla di « interdipendenza dei problemi emergenti (di convivenza, di sostenibilità ambientale, di diritti umani e di pace) » e di « disorienta-mento nei modelli educativi e sociali. » E propone: « Sistema formale e sistema informale dell’educazione devono trovare un’ interazione per lavorare sull’esclusione sul disagio, per rifondare modelli e pratiche educative capaci di stimolare appartenenza, consapevolezza, partecipazione, senso di responsabilità individuale e sociale. Per farlo occorre trovare ambiti di condivisione, collaborazione e scambio. Solo se si apre alla ricchezza di realtà e di esperienze che nascono in ambito locale globale, la scuola può rifondare saperi, metodi, modelli di relazione adeguati a nuovi contesti e alla nuova utenza, portatrice di bisogni molto complessi e diversificati, in un’ottica di ifelong learning. » Esaminandolo pensavo: ma è proprio ciò che si realizza a “Chance”!

Ogni volta che qualcuno mi domanda che lavoro faccia, io rispondo tutta fiera: «Sono un’ educatrice!» Un attimo dopo sono in preda allo stesso smarrimento in cui cade il mio interlocutore... La figura professionale dell’educatore credo sia uno dei misteri insoluti del XXI secolo!!! Ogni volta l’ interlocutore, indifferentemente dal livello culturale, mi chiede: «...in che senso? Che fa un’ educatrice?» Come esprimere il ruolo, il senso ed il valore di una professione che da che mondo è mondo non è un lavoro ma una funzione inscindibile dall’istinto naturale? In principio provo a esprimere un concetto per me molto semplice: «Un educatore si occupa della formazione individuale e sociale delle più varie tipologie di persone, in particolare di soggetti in difficoltà...» ma lo sguardo interrogativo dell’ altro mi scoraggia subito. E allora tutte le volte, la sola maniera che ho per dare un’ idea del mio lavoro è...raccontare! Racconto di “Chance”, di come funziona e di ciò che vorrebbe riuscire a fare; racconto delle mie mansioni e del coinvolgimento personale che va spesso oltre il proprio compito; racconto delle attività proposte ai ragazzi che la gente che ha avuto un normale percorso scolastico, me per prima, ha solo potuto sognare... Ma la storia che amo particolarmente raccontare parla di un mio sogno che giorno dopo giorno, tra inestricabili difficoltà, si realizza oltre ogni mia immaginazione.

Attraverso il lavoro al Progetto “Chance” mi sono ritrovata - acerba educatrice professionale neolaureata - ad esser responsabile del Centro di Aggregazione Giovanile che la componente educativa del progetto prevedeva, ma che nel modulo del centro storico non si era ancora riusciti a mettere in opera. Nella zona della scuola “Chance”, immersa in uno dei più antichi e disagiati quartieri popolari di Napoli c’è un meraviglioso parco che si arrocca con i suoi piccoli terrazzamenti su costoni di tufo sopravvissuti al terremoto del 1980: tra roccia gialla, resti di architetture romane e murature di fine Novecento, ovunque nel parco si ammira un estasiante panorama con la collina di S. Martino, col golfo e col Vesuvio. Ma il parco Ventaglieri non era mai stato terminato e nella parte bassa una pista di pattinaggio tra le lamiere divelte di recinzione è sempre stato per i ragazzi del quartiere, che trascorrono i loro pomeriggi per strada, il campetto da calcio, detto “lo sgarrupato” (‘sgarrupato’ è un aggettivo del dialetto napoletano che indica uno stato di rovina e abbandono, fatiscenza, ma non in senso troppo dispregiativo).

È accaduto che, per una serie di fortuite e fortunate combinazioni, nella palazzina delle scale mobili (ovviamente malfunzionanti) del parco è giunto un progetto di riqualificazione artistica della struttura proposto da una squadra di associazioni attive nel sociale nelle periferie. La voce si è diffusa tra gli operatori delle varie realtà del quartiere e tutti sono accorsi alla prima riunione per la presentazione del progetto. Senza averne la minima consapevolezza, in un incontro confuso e informale, di persone reciprocamente sconosciute e prevenute, la tensione positiva ispirata dalla passione per il proprio lavoro di ognuno, ha dato vita ad un’ idea che presto si sarebbe trasformata in un’ impresa. La collaborazione al progetto che riqualificava un luogo di passaggio come centro di aggregazione e di promozione sociale, culturale e artistica, trasformandolo da anonimo ed abbandonato a personale e vissuto, da grigio e silenzioso a colorato e chiassoso, è stato il primo assolutamente significativo esperimento di una immensamente più grande opera. È nato così il nostro Parco Sociale Ventaglieri che lavora da quasi due anni alla propria costituzione formale, ma che già esiste non-formalmente come rete di servizi comunali, associazioni, progetti, centri culturali, cittadinanza attiva, corsi  universitari, scuole e privati che promuovono, nel quartiere e in tutta la città, la progettazione partecipata di un luogo che potrebbe essere un esemplare caso di gestione popolare di una cosa pubblica. Ad oggi il Parco Sociale si esprime soprattutto nel lavoro del Centro di Aggregazione curato agli operatori del Progetto Sociale di “Chance” e dagli operatori dell’ Educativa Territoriale di zona. Al pomeriggio si tengono attività rivolte ai ragazzi cosiddetti ‘di strada’: un giro di ricognizione e raccolta prima di cominciare per essere accolti e accogliere, per fare due chiacchiere con chi è di passaggio, per attrarre la loro curiosità tendente ad esser sopraffatta dallo ‘sfasterio’ (pigrizia di volontà); poi si entra in laboratorio e lì, tra urla e ipercinesi, i ragazzi danno sfogo ai propri vissuti attraverso la creatività - apparentemente espressa in forma di caos! -. È difficile per la coppia di educatori tenere un simile setting per varie ragioni: i ragazzi di cui ci occupiamo hanno età comprese tra i 6 e i 16 anni, dunque bisogna trovare compiti adatti ai desideri e alle capacità di ognuno; due operatori spesso non sono sufficienti per curare sia le attività interne al laboratorio che lo svago all’ esterno, e, in più, i casi particolari di inquietudine che di volta in volta si presentano; il carattere destrutturato del setting crea confusione e instabilità dei ruoli specifici di adulti e ragazzi, considerando pure la giovane età di molti operatori - che non ispira certo autorità -; la forma mentis dei ragazzi risulta difficilmente plasmabile a causa di abitudini e costumi sedimentati da generazioni che sono quotidianamente rinforzati, al di fuori dall’esperienza del centro di aggregazione; la scarsa collaborazione delle famiglie pressoché estranee alla partecipazione dei figli alle attività. I ragazzini dai nomi tutti uguali - Gennaro, Antonio, Rosario, Salvatore, Pasquale, e poi Maria, Anna, Rosaria, Carmela - (retaggio di un senso religioso ormai conservatosi solo nei nomi e nelle imprecazioni) sono adulti in miniatura, indipendenti già a sei anni, con un profondissimo senso dell’appartenenza familiare e territoriale, rappresentanti orgogliosi della legge del più forte espressa in una “morale dell’ onore” le cui norme sono di faticosa comprensione alla “logica della normalità”. Per me che non sono napoletana - il che per loro equivale a non essere italiana, cioè all’essere ‘straniera’ - è stato faticosissimo decifrare, comprendere ed accattare il loro modo di essere per poi trovare e stabilire un sistema di comunicare e condividere, perseguendo il fine di intaccare i muri e le sbarre dietro cui si barricano le loro anime. Ma peggio ancora sono ‘femmina’ - una donna, se non ancora madre, non è degna di considerazione, secondo la cultura popolare più atavica che ancora permane nelle comunità distanti dalla forma di civiltà metropolitana di tipo occidentale - e così ancora più complicato è stato guadagnarmi un ruolo ed il rispetto. La discrezione, la persistenza, l’ impegno, l’ esempio sono stati gli strumenti per abbattere qualche pezzo di muro: prima che proporre ai ragazzi del genere di impegnarsi in attività, per quanto attraenti si possa credere, è necessario dimostrare di tenere a loro, di desiderare di stare insieme a prescindere da ciò che si fa, è imprescindibile farsi accettare e conoscere prima di invitare, mostrare un flessibile equilibrio tra protensione e distacco, tra tolleranza e severità, tra amore e rigore. Ogni serie di laboratori, tutte le volte che si ricomincia, si parte sempre da una fase in cui si crea e si stringe un legame tra educatore e ragazzi, una relazione di intima fiducia...come un innamoramento. Solo dopo aver reciprocamente provato, superando le provocazioni, di essere capace di sostenere il lavoro, sia l’ uno che gli altri possono attivare la fase di operatività vera e propria che comporta inevitabilmente una liberazione dello spirito da bambini prigioniero dietro le mura di difesa. Che commozione fortissima osservare grandi e piccoli che si entusiasmano a fare le cose più semplici che fino a poco prima hanno rifiutato con disprezzo come «cose re’ sciem’» (cose degli scemi, da bambini) come disegnare o ritagliare, miscelare colori o saltare alla corda, piegare la carta o incollare i pezzi...e tornano tutti improvvisamente piccini e indifesi, tenerissimi - anche i diciottenni! -. Alla fine l’ interlocutore è contagiato dal mio entusiasmo; con un sorriso compiaciuto esclama: «Brava! Non credevo... Ci vorrebbe più gente come te!»

Ma a volte, a scuola come per strada, capitano momenti di gravi insuccessi e regressione che mettono a durissima prova la volontà degli educatori: indipendentemente dai ragazzi, una condizione lavorativa assolutamente deprivata e scoraggiante insieme a cali di concentrazione professionale comportano errori spesso inconsapevoli da parte degli operatori: un appuntamento mancato, una promessa non mantenuta, un’ attenzione negata, un gesto di collera bastano a lacerare il legame. Ed ecco che il rapporto di fiducia si indebolisce le barriere si elevano nuovamente. Allora tocca analizzare in cooperazione ogni dettaglio e ricominciare daccapo. Non credo ci sia, in una simile professione, una distinzione tra “formale”, “informale” e “non-formale”. Lavorare con persone in stato di disagio, che sia fisico, psichico, sociale o culturale, significa instaurare relazioni che coinvolgono le sfere più intime, in entrambi i ruoli di chi educa e di chi apprende. La cura di sé da parte dell’educatore si rivela condizione essenziale per una buona riuscita...e ciò significa pure che bisogna dotarsi di strumenti psicologici di protezione e conservazione del proprio benessere: se ogni parola, ogni gesto, ogni atto sono significativi, è auspicabile che il senso che portano sia di serenità e di amore, di positività. Ma questo resta ancora un irrisolvibile paradosso per me: come si può assorbire tanto dolore da persone tormentate e riuscire a metabolizzarlo trasformandolo in energia positiva e non in pianto e disperazione? Pensare che vorrei affrontare un’ esperienza in Africa...

 
 
     

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