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damm: un laboratorio della condivisione

 
 

 

 
 

 

Un articolo di Luca Rossomando sul Manifesto ripercorre la storia del Centro dedicato a Diego Armando Maradona

 

 

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di Luca Rossomando -  Il centro sociale lo occuparono il 25 agosto del 1995. Una palazzina bianca, in un parco abbandonato costruito con i soldi del dopo terremoto. Per arrivarci bisognava attraversare un giardino. Quel giorno l'erba era alta e gialla, le piante disposte a caso nelle aiuole. I cespugli di rosmarino straripavano ovunque. La palazzina aveva tre piani, in ognuno una sala bianca e vuota, dove rimbombavano le voci. I vetri delle finestre erano a pezzi per le sassate. L'edificio era stato costruito in modo sommario. C'era un solo bagno, i pavimenti di linoleum assorbivano lo sporco, l'umidità si mangiava i muri. Non poteva avere nessuna destinazione. Eppure, subito dopo l'occupazione, sui giornali comparve il testo di una petizione. Un gruppo di intellettuali lo reclamava per farne un archivio ma per fortuna non riuscirono a farsi troppa pubblicità.

Il quartiere scopre il parco

Molti abitanti del quartiere non erano mai stati nel parco. Gli era cresciuto sotto gli occhi nel corso degli anni. Avevano visto scomparire interi vicoli e palazzi pericolanti. I lavori si interrompevano quando l'impresa non pagava la protezione, poi dopo un po' riprendevano. Un giorno il cantiere era rimasto in silenzio, ma non si trattava di un'altra imposizione del racket. L'opera era terminata. Gli operai smobilitarono. Al posto loro non arrivò nessuno. Il Comune aveva lasciato marcire la struttura. Adesso qualcuno si prendeva la responsabilità di aprirla. Bisognava approfittarne. La curiosità della gente convinse gli occupanti che valeva la pena andare avanti. Erano curiosi. Volevano vedere come sarebbe andata a finire.

Avevano chiamato il centro sociale con il nome di un calciatore famoso. A chi gli chiedeva la ragione, rispondevano: «E' stato un simbolo per la città e per il quartiere. Ha incarnato un'idea di speranza e di cambiamento». Ma poi continuavano, a mezza voce: «Questo è quello che raccontiamo ai giornalisti. In fondo il nome è poco più di un trucco per incuriosirli». Durante i primi giorni l'attenzione dell'opinione pubblica veniva considerata un'arma di difesa. Con questa storia i giornali avevano fatto i loro articoli e il centro si era guadagnato qualche sguardo benevolo dentro il quartiere. Dopo un po' era rimasta solo una sigla di quattro lettere, le iniziali del calciatore e del quartiere, ma a nessuno importava più da dove venivano.

Al primo piano si facevano le assemblee, ma le relazioni si intessevano altrove. Di giorno al pianterreno; la sera nel parco, davanti all'ingresso della palazzina. Si cercava di lavorare fino all'ora di pranzo o fino a cena, per avere la scusa di mangiare tutti insieme. A volte si trattenevano le ragazze del quartiere, le madri, ma soprattutto i bambini. La sera si cenava nel parco, alla luce fioca dei lampioni. I ragazzini si avvicinavano: «Mangiamo con voi» - ma poi ci ripensavano. Oscillavano tra il desiderio di farsi avanti e un'istintiva riluttanza. Facevano innocui dispetti. Una volta rovesciarono l'intera scatola del sale nella salsa. Ma poi cedevano alla curiosità e si passavano intere giornate insieme.

Nonostante la diffidenza e la pigrizia, molti si rivolsero verso quella nuova entità con un vago desiderio di conoscerla, utilizzarla o addirittura farne parte. I bambini prima di tutti, ma loro c'erano da prima. Lo chiamavano lo sgarrupato, quell'eccentrico insieme architettonico, designando senza giri di parole il deperimento a cui l'aveva condannato l'inerzia amministrativa. Erano gli unici, insieme agli eroinomani, che apprezzassero la sua degenerata destinazione d'uso. Spazio avventuroso e segreto dove coltivare la propria indipendenza. Buco nero sottratto al controllo degli adulti, che lo bollavano come pericoloso e imponevano anche a loro, inutilmente, di starne lontano.

Da quando fu l'occupazione i bambini si moltiplicarono, per niente gelosi di condividere il proprio regno clandestino; ma dietro di loro venivano i giovani, e anche gli adulti: prudenti, lo sguardo circospetto, pronti ad afferrare il primo pretesto per ritirarsi; oppure spavaldi, esibendo maniere aggressive, di chi è già stato escluso da tutto e non ha riguardi da tenere, perché sempre si aspetta il peggio. Nessuno li respinse, ma di quell'accoglienza apprezzarono più la confusione che l'ingenua benevolenza.

I giovani frequentatori del parco erano i loro collaudatori. Ogni errore, ogni distrazione la facevano pagare cara. Possedevano la capacità di ravvisare il punto debole nell'organizzazione e immediatamente accorrevano a stuzzicarlo.

Gli occupanti avevano stampato un piccolo manifesto, solo per loro. L'avevano attaccato nei dintorni del centro sociale. Era l'identikit di un anonimo personaggio. Maschio, bianco, meridionale. «Ambiente di riferimento: il quartiere in cui è nato. Professione: disoccupato, con lavoro saltuario. Stato penale: almeno qualche precedente. Stato culturale: disinteressato alla conoscenza. Stato mentale: tendenza alla violenza fisica e verbale, difficoltà di concentrazione. Stato fisico: abuso di droghe eccitanti, imita tutto ciò che la televisione o il gruppo di appartenenza gli propongono, si esalta con le armi da fuoco. Limiti: attacca il più debole e si sottomette al più forte, trova ridicolo tutto ciò che è diverso da lui, considera la donna un oggetto sessuale e vorrebbe vietarle ogni libertà di scelta». Il manifesto finiva con un'esclamazione, a caratteri più grossi: «Ma dài, questo non puoi essere tu!».

Era un volantino/specchio. I ragazzi che frequentavano il parco non riuscivano a vedersi da fuori. Si precludevano - e gli erano preclusi - altri termini con cui confrontare il proprio modo di essere. Incontrando il proprio riflesso per caso, sui muri del parco, si sarebbero chiesti: «Ehi, ma ce l'hanno con me? E' possibile che questo tizio sia io?». Gli occupanti volevano provocarli, scuoterli, come facevano i ragazzi con loro, ma utilizzando altri mezzi.

Non c'era stata inaugurazione ufficiale. Il parco si era popolato con l'occupazione. Quelli del centro ci facevano i concerti e le riunioni all'aria aperta; lo pulivano, e cercavano di starci, apportando qualche idea per migliorare la convivenza. Ma non c'erano misure preventive da prendere. L'insicurezza dello sgarrupato era affare di chi lo frequentava. L'unica soluzione era moltiplicare le iniziative, insistere sull'identità di quel luogo. In questo modo stava nascendo il collettivo. Lo sgarrupato, anche nelle parole di chi lo frequentava, si trasformava lentamente nel centro.

E furono di nuovo i bambini a trarne il maggior beneficio. Il tempo passato con loro prese forme più nette: un laboratorio per costruire le maschere di carnevale, una partita di calcio fuori quartiere, uno spettacolo di pagliacci nel parco. L'erba tagliata e setacciata rese il parco meno infido, ma non venne meno l'uso eccentrico che se ne faceva; e anzi diventò un modello da contrapporre ai parchi comunali, che all'ingresso esibivano il decalogo delle proibizioni e riservavano l'accesso solo ai bambini al guinzaglio.

Una parte del parco restava inaccessibile ma una scuola elementare funzionava nella parte bassa del complesso. Il collettivo propose agli alunni dei percorsi guidati per conoscere il giardino, con l'obiettivo che ci tornassero da soli, oppure con i genitori. La direttrice della scuola, però, rifiutò sdegnosamente. «Siete una struttura illegale» - disse. E proibì alle maestre di portarci i bambini. Prima c'era la scusa delle siringhe. Adesso l'aggravante del centro sociale.

Con il pretesto della legalità le autorità dei dintorni rifiutavano di collaborare. Il loro discorso era sempre lo stesso: che lo Stato prima o poi sarebbe intervenuto e che tanto attivismo era ingiustificato e abusivo; bisognava avere fiducia, dare il buon esempio (al popolo basso, per suo conto già abbastanza indisciplinato) e rispettare le regole. «Che diamine! - sembrava che dicessero - In fondo, legalmente voi non esistete, e noi ci rifiutiamo anche solo di ascoltare quel che avete da dirci». Non era piacevole, in effetti, quel che avevano da dirgli; e tappandosi le orecchie si poteva continuare a far finta di niente.

I partiti politici, o meglio i loro rappresentanti nel quartiere, mimavano le posizioni dei superiori - il paternalismo della sinistra, le minacce della destra - aggiungendo di proprio una maniera più rozza e caricaturale. Quello che li univa era l'esigenza, sentita con forza da tutti i consiglieri dell'arco costituzionale, di sistemare tra parco e centro sociale un possente cancello di ferro, separando finalmente l'accesso alla palazzina da quello della struttura. Per ottenere il loro obiettivo tiravano fuori ogni volta nuovi cavilli, alternando lusinghe e minacce, nuove petizioni e vecchie mozioni d'ordine. Ma finché il centro ebbe vita, i loro progetti si persero nell'aria come vaghe minacce.

Napoli risanata

I giornali ripetevano che la città si stava risollevando. Le sue piaghe, come per miracolo, d'improvviso sanate. La vicinanza di tante vite ingarbugliate impediva agli occupanti di godere quel panorama ritoccato. Quelli con cui passavano le loro giornate non gli rimandavano la stessa impressione.

La città garantita si raccontava la favola della rinascita, accorgendosi in rare occasioni dell'incontinenza dell'altra città. All'improvviso, in casi eccezionali e spesso tragici, la vedeva, osava nominarla, reagendo alla finta scoperta con fastidio e indignazione. Allora gli abitanti della città bassa finivano tutti insieme in una retata giornalistica, stigmatizzati come complici morali. Perché si ostinavano a vivere nel peccato? Perché non cominciavano a rispettare le regole? Non vedevano che la città stava cambiando?

Mettersi dalla loro parte. Svelare il modo in cui gli erano sottratti i diritti, come ne veniva intaccata ogni giorno una parte, attraverso azioni di cui nessuno prendeva la responsabilità. Denunciare l'immaginario creato per chiuderli in un ghetto, negando o banalizzando i loro modi d'essere. Stare, semplicemente, con loro, i bambini e i ragazzi cattivi del quartiere. Anche se dalla loro parte c'era poco spazio e l'unica partecipazione che sembrava interessargli - la sola che gli era consentita, d'altronde - era quella al grande carnevale del consumo. Da ottenere con ogni mezzo, nell'unica maniera che conoscevano, alienata e senza freni, fino all'autodistruzione.

Non c'era alcuna rappresentanza possibile, questo fu sempre chiaro a quelli del centro sociale. Quando parlavano dei ragazzi cattivi, non era in loro nome. E se li difendevano, stavano difendendo loro stessi, le loro idee. Gli avrebbero prestato una voce, che quelli non gli avevano chiesto. E dedicato molte ore in comune. Non erano casa, ma soprattutto non erano scuola, né potevano confonderli con le associazioni dei buoni, che in quei tempi cominciavano a dargli la caccia. Non avevano niente da insegnare. Nessuna redenzione da offrire, né buona condotta da pretendere. Solo azioni da condividere e parole da scambiare. E qualche idea per passare il tempo insieme. Non volevano altre responsabilità, all'infuori di questo tempo. Era già un piccolo sollievo da offrire.
 

 
     

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