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Da tempo seguiamo varie esperienze di democrazia deliberativa, come i bilanci partecipativi, i forum, i sondaggi deliberativi, le giurie dei cittadini. In uno degli ultimi numeri, Luigi Bobbio ha raccontato della diffusione del sorteggio come metodo per correggere il carattere elitario della democrazia rappresentativa e coinvolgere anche la cittadinanza “passiva”. Tu avanzi delle perplessità proprio su una questione di fondo… Intervista a Nadia Urbinati tratta dal sito www.unacitta.it Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University di New York. Queste esperienze si inseriscono in un dibattito più ampio, e importantissimo, sui limiti della democrazia rappresentativa. L’attenzione per i sondaggi deliberativi -sorta qualche anno fa negli Stati Uniti per opera principalmente di James Fishkin- da un lato, è figlia di quella corrente di pensiero che, a partire dalla metà del XX secolo, ha individuato nell’opinione pubblica il protagonista principale della democrazia indiretta o rappresentativa; dall’altro è un’opportunità per recuperare forme dirette di partecipazione democratica.Giancarlo Bosetti giustamente sostiene che in italiano converrebbe non chiamarli “sondaggi deliberativi” perché nella nostra lingua “deliberazione” equivale a decisione; meglio “sondaggi informati” poiché il loro scopo è quello di facilitare la comprensione di questioni complesse altrimenti trattate superficialmente o “soverchiate” da pregiudizi nei tradizionali mezzi di informazione. Si tratta, come si può intuire, di una discussione molto interessante, soprattutto se si tiene presente la crisi di legittimità politica e simbolica che la democrazia rappresentativa sta attraversando oggi nel nostro paese, dopo cinque decenni di ininterrotta applicazione nel continente europeo. E’ sotto gli occhi di tutti lo scivolamento oligarchico dei parlamenti e della rappresentanza, sotto forma di divaricazione tra cittadini ed istituzioni e di assenza di “rappresentatività” del corpo legislativo, come ha riconosciuto di recente anche il Presidente della Repubblica. La crisi della democrazia rappresentativa è stata accelerata dalla crisi e scomparsa dei partiti ideologici tradizionali, i quali, nella fase di assestamento della democrazia moderna, hanno giocato il cruciale ruolo di raccordo tra le istituzioni e il cittadino, organizzando il consenso e, contemporaneamente, controllando i rappresentanti. Come scriveva Lelio Basso negli anni Cinquanta del secolo scorso, nella democrazia rappresentativa i partiti politici sono essenziali perché è grazie a loro che il “sovrano” (il popolo, ormai senza “scettro” perché non legifera più direttamente), può mantenere attiva la sua influenza indiretta e permanente sulle istituzioni. Scomparsi i partiti politici o, che è anche peggio, trasformati in macchine di caccia al voto, non su progetti politici, ma intorno al nome di alcuni leader o, più crudamente, al servizio di interessi organizzati, la democrazia cessa di essere rappresentativa. Il richiamo alle “riforme”, infatti, spesso è non soltanto generico e mal concepito ma non denota nulla, poiché le riforme sono un mezzo per il raggiungimento di un obiettivo, non un fine. Il problema è dunque concreto e molto attuale. Come affrontarlo e risolverlo? Come reagire alla fine dei partiti ideologici, gli unici che mobilitavano la partecipazione? Come riportare la rappresentanza sui binari democratici? La gemmazione di forme deliberative dirette (benché solo consultive) vuole essere una risposta a questo problema. Vediamo allora di capire il contesto ideale e teorico nel quale questi esperimenti sono sorti. Il tema della democrazia deliberativa è stato rilanciato negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, grazie soprattutto a Jürgen Habermas, in chiave di critica sia della democrazia popolare (o di tipo sovietico) sia della democrazia elettoralistica (il modello elitario). La teoria deliberativa è nata dall’insoddisfazione per la democrazia popolare egualitaria (dominata dal partito unico e dalla repressione della sfera pubblica) e per quella minimalista (retta sull’apatia dei cittadini e sulla riduzione della loro partecipazione al momento del voto per l’elezione della classe dirigente), con l’ambizione di essere qualcosa di più della seconda e di diverso dalla prima. Il suo obiettivo era quello di recuperare la forza partecipativa della società civile nella sua funzione di sfera pubblica riflessiva e selettiva dei bisogni, degli interessi e degli ideali, ma anche di rivalutare l’elemento deliberativo della discussione politica, cosí da superare una visione puramente decisionista della democrazia -il lascito della concezione giuridica della sovranità (la sovranità come volontà obbligante). Habermas ha richiamato l’attenzione sul ruolo del giudizio politico nell’azione del sovrano, un’azione che si manifesta tanto in forma diretta di volontà che si fa legge, quanto in forma indiretta, o dell’influenza esercitata dall’opinione. In questo modo, l’azione dei cittadini (attraverso i media e i movimenti) diventa centrale benché non direttamente imperativa. La rappresentanza non rende il cittadino “passivo”, ma stimola la formazione di forme di attività diverse da quelle che tradizionalmente sono raccolte sotto il termine “partecipazione”. Per i teorici della sovranità, la partecipazione denota espressa e diretta volontà concretizzata nella legge; la partecipazione come influenza indiretta non è contemplata. Quando si dice che la rappresentanza rende i cittadini “passivi” ci si riferisce a questo parametro della partecipazione. Ma la democrazia non è solo conteggio dei voti per creare una maggioranza, e l’azione politica del cittadino è ben più complessa e ricca di quella elettorale. L’espressione “deliberativa” messa accanto al nome “democrazia” designa pertanto non una procedura di decisione, ma una procedura di comunicazione o dialogo che prepara alla decisione. Il voto non è il solo “dato” della democrazia, anche se è indubbiamente il dato più certo e insindacabile, quando effettuato secondo le procedure stabilite dalla costituzione. La democrazia rappresentativa è peculiare proprio perché non è soltanto conta dei voti, ma elaborazione di progetti, di ideologie, di programmi, di idee che preparano, motivano e giustificano la decisione o il voto. Infine la formazione di gruppi di pressione, di movimenti di protesta e di espressione delle esigenze, e poi ancora la stampa e i media, e perfino le pubbliche manifestazioni come i concerti e i vari “festival” di cui le nostre città stanno pullulando negli ultimi anni (pensiamo ad Atene, dove l’agonismo sportivo, le ricorrenti manifestazioni teatrali e le processioni religiose erano forme attraverso le quali il demos esprimeva le opinioni etiche e politiche fuori dalle procedure legali). La teoria deliberativa ha quindi messo a fuoco la complessa e ricca forma dell’agire comunicativo pubblico che accompagna e dà senso all’atto formale del voto, estendendo cosí il significato della legittimità democratica per includervi la dimensione informale della partecipazione politica, quella nella quale i cittadini sono coinvolti sempre, prima e dopo le elezioni.
Oggi assistiamo a una ricca fioritura di esperimenti deliberativi, come
per esempio i deliberative polls, o sondaggi informati, i quali, come
spiegava Luigi Bobbio su Una città, coniugano forme di delega o di
rappresentanza con forme di lotteria e presenza diretta dei cittadini. I
partecipanti ai forum deliberativi (chiamati a discutere un tema
specifico e a votare con cognizione di causa, ovvero dopo un organizzato
processo di discussione) sono sorteggiati dalla società civile al fine
di esprimere un’opinione rappresentativa della società. L’essere
sociologicamente rappresentativi della larga società serve a dare alle
loro deliberazioni una impressione di legittimità o di corrispondenza
con la “voce popolare”. Si sorteggiano individui da gruppi di cittadini
selezionati dai vari strati sociali o categorie, cosí da formare
un’assemblea di discussione che dovrebbe avere caratteristiche
proporzionali, essere insomma una sorta di società in miniatura. I
cittadini sorteggiati vengono riuniti e informati da alcuni esperti e
con l’aiuto di facilitatori del dialogo discutono, cioè parlano e
ascoltano, cambiano idea e infine giungono a una conclusione, la quale è
reputata ragionevole proprio perché non “contaminata” da visioni
ideologiche, ma retta solo su informazioni certe e accertabili e
condotta secondo procedure di dialogo e con la forza dei ragionamenti,
non della retorica. Ragionevolezza sta per apertura mentale dei
partecipanti, disposti a cambiare idea se convinti dai loro
interlocutori, e quindi non attaccati a nessuna visione che non sia essa
stessa ragionevole. Le credenze di qualunque tipo (secolari o religiose)
sono bandite, o dovrebbero esserlo. Quali sono i punti critici in questa proposta? L’assunto dei forum deliberativi è che la democrazia diretta sia la norma e quella rappresentativa una necessità. L’idea di fondo è che la democrazia rappresentativa non sia niente di più né di meno che un sistema di formazione e ricambio delle élites per via di elezione, funzionale a una società dove non ci sono più relazioni faccia-a-faccia tra i cittadini. Un sistema che non può a rigore essere definito democratico poiché ciò che i cittadini fanno direttamente è proprio rinunciare alla loro sovranità scegliendo chi agirà per loro e al posto loro. Ecco il paradosso della democrazia dei moderni: ha un fondamento democratico (il voto è distribuito universalmente e in misura uguale tra tutti i cittadini adulti) ma ha effetti oligarchici (è noto che proprio su questo paradosso i teorici delle élites, da Pareto e Michels a Schumpeter, avevano concluso con l’accettazione del governo rappresentativo ma definendo illusoria la pretesa di renderlo democratico nel senso classico del termine). Data questa concezione realistica, strumentale e funzionalistica della democrazia rappresentativa, non si può che concludere quanto segue: la rappresentanza è un espediente necessario ma non è un’istituzione democratica. E’ chiaro che il modello normativo o di valore resta la democrazia diretta, quella antica. Una prima domanda da porsi è se i forum deliberativi siano mossi da uno scontento per i possibili esiti oligarchici della rappresentanza (supponendo che questi possano essere scongiurati o comunque emendati) o se essi siano una nuova riposta a ciò che non è democratico, benché necessario, cioé la rappresentanza. Nel primo caso, essi possono essere strumenti integrativi utili per ridare rappresentatività al sistema rappresentativo. Nel secondo caso, essi sono visti come strumenti di risposta ai limiti connaturati al sistema rappresentativo; un modo per recuperare forme di democrazia diretta. In questo ultimo caso, è evidente che lo scontento nasce non da una visione “democratica” della rappresentanza (per ripristinarla) ma invece da una visione che accetta (suo malgrado) l’assunto realistico e funzionalista che del governo dei moderni hanno dato i teorici delle élites. Insomma, in questo caso i forum deliberativi danno voce allo scontento che molti teorici democratici hanno sempre nutrito per la democrazia rappresentativa perché concepita essenzialmente come democrazia elettoralistica. Il presupposto (non detto, ma implicito) è che democrazia sia azione immediata e diretta del popolo, dove è chiara la presunta superiorità del presentismo -la politica come espressione della volontà, la quale non può ovviamente essere, come Rousseau aveva giustamente osservato, né indiretta né delegata né differita. Ma la politica democratica è davvero solo e semplicemente questo? Se cosí fosse sarebbe davvero poca cosa. Del resto, che cosa facevano i cittadini nell’assemblea della repubblica di Rousseau? Essi non proponevano leggi né discutevano: votavano in silenzio e poi tornavano alle loro occupazioni. Potere sovrano diretto non equivale a potere intenso. Se si presume questa visione di democrazia -e tanto i teorici delle élites quanto gli ammiratori della democrazia diretta la presumono- allora è evidente che c'è poco da riformare delle nostre democrazie rappresentative. Esse sono congenitamente irriformabili: quello che occorre fare è restringerne la portata, ovvero affiancarle con forme di azione diretta, come appunto i vari tipi di forum deliberativi. Del resto, se la democrazia rappresentativa è una forma di governo misto, una contaminazione di oligarchia e democrazia (più che vera democrazia), allora meglio la democrazia diretta, soprattutto oggi che disponiamo di una serie di strumenti tecnologici che consentono di mettere i cittadini in contatto diretto in tempo reale.
I forum deliberativi, oggi sempre più numerosi, sono in ogni caso forme
che implicano una visione negativa della democrazia rappresentativa;
presumono che essa non sia riformabile proprio perché per natura non
democratica. Nella mente di molti loro sostenitori, essi servono a
bypassare la rappresentanza. Accanto a un’interpretazione riduzionistica della democrazia rappresentativa, anche la democrazia diretta del passato, a cui si fa riferimento, presenta a tuo avviso qualche problema… Il fondatore delle istituzioni di democrazia diretta, nell’Atene classica, fu Clistene. Ebbene, la sua prima iniziativa, una volta al potere, fu la riforma dei demi; egli scardinò la divisione per ceti della società ateniese ed introdusse l’equivalente di ciò che oggi sono le circoscrizioni elettorali. In sostanza sostituí il principio geografico a quello sociale o familiare. I demi infatti erano in origine organizzati per tribù o famiglie estese; per evitare contestazioni e accumulo di potere da parte di alcuni gruppi di famiglie, per ristabilire l’ordine e dare più apertura alla società ateniese, Clistene riformò la struttura dei demi usando il criterio del numero degli abitanti invece che le appartenenze familiari. In questo modo modificò la base dei sorteggi dei cittadini che dovevano servire nelle giurie e nel consiglio. Quello che a me qui interessa è mettere in luce il fatto che egli basò la democrazia, non su classi, gruppi sociali, o appartenenze sociali, ma sugli individui. Comprese in sostanza che era quello l’unico modo per contare i voti in modo uguale e per attuare il sorteggio tra uguali, eliminando alla radice l’occupazione politica da parte di chi deteneva potere sociale senza introdurre o imporre l’uguaglianza sociale. Ora, nei sondaggi deliberativi si ritorna a prestare attenzione ai gruppi sociali. Infatti perché i sorteggi siano rappresentativi della società si “dosano” le classi sociali e si scelgono cittadini che sono operai, impiegati, pensionati, giovani… Una concezione della società basata non sull’individuo cittadino, ma sull’appartenenza sociale. Ovviamente non parliamo di ceti di tipo aristocratico, bensì di appartenenze quasi corporative, presupponendo comunque che i cittadini non siano semplicemente tali, ma parti di settori della società e quindi portatori di interessi strutturalmente diversi. Questo significa che i partecipanti sono sorteggiati in quanto rappresentanti e membri di un gruppo. Si tratta senza dubbio di una violazione del fondamento della democrazia a cui siamo abituati, sulla quale le nostre costituzioni sono ritagliate: l’idea che ciascuno di noi è uno, a prescindere dall’appartenenza sociale, perché siamo cittadini uguali e possiamo ragionare in maniera generale e andare oltre la nostra biografia o la nostra appartenenza sociale, anche se essa si qualifica di fronte al fisco o all’analisi statistica. Nei forum deliberativi si configura sì una democrazia diretta, ma per via di appartenenza: io sono selezionato come membro della mia categoria (per esempio come anziana o giovane), sono interpellata come membro di quel gruppo e sono sorteggiata proprio perché sono parte di quel gruppo. Come si può intuire, questo modello implica una concezione deterministica del giudizio politico; presume che il pensionato ragioni come e in quanto pensionato, che egli non abbia una sua saggezza o un’opinione in quanto cittadino, ma che la sua opinione sia il riflesso della sua condizione sociale; infine, che i suoi problemi siano quelli di tutti gli altri pensionati, che egli sia il microcosmo dei pensionati. Il cittadino è quindi la determinazione della sua appartenenza sociale, non più un individuo con le sue opinioni e la capacità di trascendere i suoi specifici interessi, bensì una riproduzione in piccolo del ceto sociale cui appartiene. Questa mi pare una violazione radicale dell’assunto primo della democrazia deliberativa che vede al centro l’opinione del singolo e la sua capacità elaborativa o giudicante -come pensavano Hannah Arendt con Kant, la sua capacità di avere visioni ampie, di ragionare da un punto di vista generale, di formulare giudizi a partire dal “come se”. Tu sostieni anche che il sondaggio deliberativo è “impolitico”. Perché? Per varie ragioni. Intanto perché si presume che tu sia l’espressione oggettiva di un gruppo. Ma è impolitico anche per un altro motivo, non immediatamente percepibile. Faccio un passo indietro. I sondaggi deliberativi sono opinioni organizzate su una questione di interesse pubblico. Chi partecipa a questi forum dev’essere informato sugli aspetti tecnici del tema, sulle conseguenze delle diverse opzioni o decisioni, sul budget di cui la comunità dispone per affrontare il tema, su tutti i pro ed i contro che una decisione può comportare, dopodiché potrà finalmente farsi un’opinione. Come si vede, c’è un idea molto tecnica, oggettivistica, neutrale -io dico “impolitica”- dell’analisi di un tema. Nel senso che qui non c’è spazio per le ideologie, le opposte concezioni, nonostante le differenze di “classe” o ceto. Sembra un paradosso, ma a ben guardare non lo è: tu operaio, casalinga, disoccupato, impiegato, co.co.co., vieni messo di fronte a questi problemi oggettivamente determinati, come l’esperto li ha selezionati e te li porge; a quel punto, dal tuo angolo prospettico, di interesse, di gruppo (non quindi ideologicamente), maturi una visione che è anch’essa in qualche modo neutra, non conflittualistica, o oggettiva, se non altro perché fotografa le opinioni del tuo gruppo. La diversità delle opinioni è un riflesso della diversa appartenenza sociale, e in questo senso “oggettiva”, non ideologica. L’assunto è il seguente: il tema in questione deve essere sviscerato senza essere impedito da alcuna concezione del mondo o della vita; tutto ciò che non è determinabile oggettivamente deve essere lasciato fuori, perché obnubila, è di ostacolo. Questo è il limite razionalistico interno anche alla concezione habermasiana, che infatti è stata sviluppata durante la Guerra fredda proprio con l’intento di eliminare dalla politica le contrapposizioni ideologiche radicali. L’idea è che si possa raggiungere un esito di verità (o meglio che ci sia una decisione più vera, più giusta), eliminando e lasciando a casa tutto il nostro bagaglio di concezioni del mondo, o di semplice partigianeria; che si possa isolare quell’issue, quel tema su cui deliberare, con una datità che nessuno determina e che può essere valutata senza pregiudizi. La collocazione sociale di cui parlavo sopra non è essa stessa di tipo ideologico in quanto la divisione per categorie sociale è comunque legata a fattori oggettivi come lo stipendio, la capacità di acquisto, i bisogni... tutti elementi quantificabili. Ma così la democrazia si riduce ad un esercizio di tipo razionalistico, per risolvere un problema in maniera “vera” (nel senso epistemologico, cioè una verità non inficiata da pregiudizi o da “opinioni”). E’ l’idea di una democrazia come metodo per arrivare alla verità. La verità non è oggetto di dissenso, di conflitto, e quindi è accettata da tutti. Suona una formula un po’ totalitaria… Sono convinta che nel suo intimo la democrazia deliberativa sia profondamente nemica delle ideologie, perché viene dalla tradizione (da Rousseau a Marx) che vede negli interessi quella cosa che inficia la politica, per cui se si eliminassero, si riuscirebbe finalmente ad avere una decisione che è soltanto tecnica, non politica; o che è ragionevole. Era questa l’idea che avevano i fondatori della democrazia diretta: se noi fossimo capaci di ragionare lasciando fuori dalla nostra mente tutto ciò che è pregiudiziale, potremmo arrivare ad una unanimità di consensi; a questo punto, c’è maggioranza o minoranza perché c’è errore; se i cittadini fossero educati, istruiti e si liberassero di tutte le ideologie, raggiungerebbero la verità, la quale è una, e quindi supererebbero quei dissensi radicali che sono all’origine dei conflitti. Questa visione epistemologica la si vede anche nella democrazia deliberativa come è applicata ai Forum deliberativi. Al fondo c’è sempre l’idea di bypassare quello che è l’anima della democrazia rappresentativa, che sono invece le associazioni partigiane e l’antagonismo politico. Perché è di questo che si parla dopotutto. Hai parlato di una violazione dell’individuo, e della visione politica, ma metti in discussione anche l’argomento per cui i deliberative polls sarebbero un antidoto all’elitismo della democrazia rappresentativa o elettoralistica. Se si va ad analizzare come sono organizzati i forum si vede che l’elitismo è qui tutt’altro che superato; in un certo senso è accentuato. Non solo; mentre l’elitismo della democrazia rappresentativa è esplicito -in fondo i rappresentanti che eleggiamo si presentano come “migliori” di altri e quindi sono già un’élite-, nei forum deliberativi opera il presupposto che chi dà le informazioni o colleziona i dati sia un tecnico, un esperto neutro. Ma il potere degli esperti, come ho già accennato, è sorprendente: essi forniscono tutti i dati di cui l’assemblea ha bisogno per deliberare, rispetto ai quali l’assemblea è passiva. Non meno rilevante è il potere dei facilitatori. Dunque, mentre i rappresentanti sono un’élite riconosciuta (e per questo sono sempre oggetto di sospetto e di controllo), questi godono della presunzione di non esserlo, di essere esclusivamente dei tecnici. Non si tratta di una forma di elitismo mascherato e per giunta più pericoloso perché non soggetto a accountability e quindi fuori dal controllo? Il loro potere di dirigere la discussione, e quindi di favorire l’esito, è enorme. In Democracy and Disagreement, Amy Gutmann e Dennis Thompson hanno esplicitamente riconosciuto che con questo tipo di deliberazione si può pensare di aver superato la frattura fra cittadini e competenti (e quindi l’elitismo) perché il rapporto tra esperti e pubblico informato è di trasparenza, non di manipolazione. I tecnici, cioè gli scienziati sociali, gli psicologi, gli statistici, hanno sostituito gli ideologi e portato la democrazia sui binari della verità. Insomma, l’idea, a mio avviso preoccupante, è quella secondo la quale un “tecnico” possa fornirci le giuste informazioni con lo stesso criterio con cui l’ingegnere calcola il cemento armato che serve a sostenere un ponte. Come se una decisione potesse essere il risultato di regole statiche! Così non è. Questa è una visione positivistica e oggettivistica della democrazia; al cui fondo c’è la vecchia disaffezione nei confronti della partigianeria e l’ancora piu vecchia contrapposizione tra verità e opinione, verità e retorica. Una disaffezione nei confronti dei conflitti ideologici, come se, eliminati questi, finalmente noi potessimo avere una democrazia “vera”. Resta la questione della rappresentanza e della deriva oligarchica… La democrazia rappresentativa è in crisi e occorre mettere in campo una sorta di immaginazione istituzionale per trovare forme correttive che la arricchiscano e la rimettano sui binari democratici. Quando si lamenta che il rapporto fra istituzioni e cittadini si è incrinato; quando si afferma che non ci si sente più rappresentati, si presume evidentemente una visione “democratica” di rappresentanza rispetto alla quale noi formuliamo quelle critiche. I rappresentanti che fanno quello che vogliono, i gruppi parlamentari che non hanno più l’idea di un mandato politico (si fanno eleggere in un partito e poi, in corso d’opera, si dimettono e cambiano gruppo!): tutto questo è una violazione della rappresentanza democratica. Ma lo vediamo se e quando presupponiamo che la rappresentanza non sia una violazione della democrazia, bensì un’espressione della nostra moderna democrazia. Come si fa a riscattare la democrazia rappresentativa? Io ho l’impressione che i forum deliberativi non siano la soluzione, anzi: la democrazia dei forum rischia di dare un alone di legittimità a scelte che spesso sono già state prese; di conservare invece che correggere i vizi della rappresentanza. Allora, invece di buttare il bambino assieme all’acqua sporca, occorrerebbe prima comprendere che cosa sia la democrazia rappresentativa che, ripeto, non è solo democrazia elettoralistica, perché un governo eletto è un governo limitato, non un governo rappresentativo. Che cosa lo fa rappresentativo? Occorrerebbe tornare ad analizzare la rappresentanza: che cos’è la rappresentanza democratica, di quali aspetti si compone? Il rappresentante non è un delegato che una volta eletto scompare dalla nostra vista e ritorna dopo quattro anni a sottomettersi al verdetto popolare. A partire dal ‘700 la democrazia rappresentativa ha realizzato e promosso una serie di momenti partecipativi nella società, dai partiti alle associazioni, che prima non esistevano. Queste realtà sono nate non semplicemente perché la società moderna è strutturata secondo la divisione del lavoro e la separazione tra sociale e politico, ma anche perché il governo politico è diventato rappresentativo. Non solo, il sistema elettorale rappresentativo crea ideologia (cioè visioni diverse su come la società dovrebbe operare), ne ha bisogno, è la sua anima; come posso altrimenti distinguere un candidato dall’altro? Distinguo i rappresentanti in relazione a quello che hanno di simile a me (idee, visioni, interessi) e di diverso dagli altri; è necessario un sentire comune, una corrente di simpatia. Senza la quale neppure il controllo (indiretto) sul lavoro del rappresentante è possibile. Nella rappresentanza si realizza una forma di adesione che non è mai identità e che non è nemmeno la trascrizione diretta di interessi di gruppo o di classe, ma ha a che vedere con le idee e la costruzione di visioni comuni. La rappresentanza è un processo che rappresentati e rappresentanti costruiscono insieme, continuamente. Il rappresentante rappresenta idee, non cittadini o persone; e fino a che esiste una certa comunanza di idee tra me e il mio rappresentante, allora riesco anche a esercitare un certo controllo su di lui, mentre lui riesce a fare ciò che la rappresentanza politica presume che egli faccia: proporre idee, difendere una causa, schierarsi. Certo, bisogna che ci siano forme dirette di interazione con i rappresentanti durante il periodo inter-elettorale. I partiti, da questo punto di vista, hanno un ruolo fondamentale, non possono essere solo partiti elettoralistici, né possono essere semplicemente bypassati da altre soluzioni. Essi servono, sono sostanziali nella democrazia rappresentativa, non accidentali. La democrazia rappresentativa è una forma di governo specifica; diversa dalla democrazia diretta, ma anche da quella prettamente elettorale. Non è solo delega; noi non deleghiamo proprio niente quando votiamo per un candidato o un partito. Votare è un modo per governare insieme, sebbene con ruoli e poteri diversi. Bisogna pertanto recuperare la ricchezza della funzione rappresentativa democratica, che è fatta di advocacy. Non so come tradurre adeguatamente questo termine; Francesco Saverio Merlino diceva che la rappresentanza è “avvocatura”, usava proprio questa espressione: il rappresentante porta dei bisogni, delle visioni, delle “cause” in Parlamento, e fa del suo meglio per rappresentarle. Ovviamente all’interno di una società democratica nella quale l’uguaglianza è il principio ispiratore, le cause difese lo sono in nome dell’uguaglianza -in una democrazia nessuno può ardire di proporre una legge che “privilegia” il suo gruppo, e anche se questo è il fine recondito, per raccogliere consensi alla sua causa, deve concedere qualche cosa agli avversari e quindi diluire il “privilegio” in un esito che pur non essendo perfettamente equo non è tuttavia assolutamente ingiusto o arbitrario.
I Federalisti americani dicevano che la rappresentanza consente di fare
un dosaggio delle diverse opinioni e quindi di ottenere una soluzione
mediana: è questo che rende la società sicura, non frantumata né
polarizzata.
Ecco, il rappresentante ha questa funzione, di rappresentare delle idee
che sono anche di chi lo vota. Se lo si vota è perché lo si riconosce
come simile a noi. E quella similitudine -che andrebbe meglio
analizzata, avendo più tempo a disposizione- va costruita attraverso una
relazione costante con i cittadini, le associazioni politiche, i gruppi
sociali, i partiti politici. Senza questo continuum non c’è
rappresentanza, c’è delega. E’ proprio questo “potere” di rappresentare
che, con la fine dei partiti tradizionali o di massa, è venuto a cadere.Ripeto,
la rappresentanza non è delega: io non delego niente quando voto un
rappresentante e il mandato non è un vincolo giuridico, ma semplicemente
una comunanza ideale che serve a tenere vivo il rapporto tra me e il mio
rappresentante dopo la sua elezione. La rappresentanza è dunque un
processo, un continuum, non semplicemente un’istituzione o lo stare in
Parlamento. Tu sostieni che bisognerebbe proprio abbandonare il modello della democrazia diretta…
Credo che sia opportuno preoccuparsi di come coinvolgere una
cittadinanza che diventa sempre meno attiva, ma guai a pensare a questo
come a un modo per recuperare gli elementi diretti di democrazia, contro
o per contenere quella rappresentativa. In primo luogo perché, come
abbiamo visto, spesso quella che ci sembra democrazia diretta è tutt’altro
che un’ampia partecipazione. Ma in generale bisognerebbe lasciare cadere
il mito della democrazia diretta, e fare i conti con l’unica democrazia
che abbiamo, che è quella rappresentativa, la quale non è un ripiego, ma
è il sistema politico che meglio corrisponde alla società moderna.La
società moderna può essere pensata come un grande corpo rappresentativo.
La divisione del lavoro è una forma di rappresentanza, perché quando il
produttore costruisce un bene lo fa rappresentando nella sua mente un
bisogno esistente nella società. Una società basata sulla divisione del
lavoro è una societa nella quale tutti i rapporti sociali sono
rappresentativi. In questo senso penso che tutta la società moderna sia
basata sulla rappresentanza e non sulla presenza diretta -dove c'è
scambio via denaro, invece che baratto, lí c’è una società che è in
tutti i suoi settori una società fondata su rapporti indiretti e quindi
rappresentanti: io non costruisco i miei beni direttamente, ma li
acquisto da altri e questa relazione tra me e gli altri comporta
rappresentanza e mediazione. Questo avviene a tutti i livelli, non
semplicemente nella politica.Comprendere questo è fondamentale. La
democrazia rappresentativa non è un incidente di percorso. Non è un
ripiego al fatto che non possiamo avere quella diretta. E’ la forma
democratica più rappresentativa della nostra società, di quello che
siamo noi moderni. Quindi abbandoniamo questa visione mitica del passato
e della politica come presentismo e immediatezza dell’esserci. La grande
Atene ci ha dato tanti esempi e stimoli, ma non è per nulla simile e
comparabile alla nostra società. Gli ateniesi si sono impegnati a
trovare la forma di democrazia più adatta alla loro condizione. Anche
noi dobbiamo fare altrettanto (questa consapevolezza dell’unicità del
governo dei moderni era molto chiara ai pensatori e politici del ‘700
che scrissero le costituzioni post-rivoluzionarie). Qual è la forma
politica migliore per noi moderni? La democrazia rappresentativa. Non ne
abbiamo un’altra e non ne possiamo avere un’altra. Ma questa
impossibilità non è segno di imperfezione; semmai è segno di
complessità. Il nostro problema è quello di capire che cos’è la
democrazia rappresentativa: fintanto che la compariamo a quella diretta
non possiamo capirla; non possiamo comprendere le forme nuove di
partecipazione che essa mette in moto e il valore dell’azione indiretta
-della politica del giudizio invece e insieme alla politica della
volontà.Dunque se i forum deliberativi hanno una funzione di scossa e
stimolo per rimettere in moto un sistema arrugginito, ben vengano,
perché ci possono far capire cosa ci manca; ma -attenzione- non saranno
questi a darci ciò che ci manca.Quello che ci manca è un rapporto
effettivo di controllo e di rappresentatività, tra società e istituzioni
politiche, momenti comuni, ideali e idee, partiti, associazioni, gruppi
politici; una società civile attiva che stimoli le istituzioni e le
controlli, che non si accontenti di essere rappresentata in Parlamento e
che abbia la capacità ed il potere di agire sui propri rappresentanti ed
essere rappresentativa essa stessa dei principi scritti nella sua
costituzione. Per esempio, la possibilità di elezioni anticipate non è
necessariamente negativa, perché se il momento elettorale fosse
veramente ingessato e non potesse avvenire prima della data stabilita, i
rappresentanti avrebbero un grande potere. Anche il ricatto, il rischio
di elezioni anticipate, è fondamentale per tenere le istituzioni sotto
controllo. Un grande costituzionalista e autore di varie analisi
comparative tra sistemi democratici, Juan J. Linz, ha individuato una
delle differenze tra democrazia parlamentare e presidenziale proprio in
questo: nella democrazia presidenziale non c’è il rischio di elezioni
anticipate. Essa è una forma di monarchia eletta, meno democratica del
sistema parlamentare. Nelle democrazie parlamentari c’è sempre questo
rischio e questo fa anche sì che le decisioni siano meno controverse e
più a rischio di revoca. Recuperare il valore del Parlamento significa
anche recuperare il valore della rappresentanza politica. |
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