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la democrazia del sorteggio |
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Come far partecipare i cittadini al
processo democratico, un problema ancora irrisolto:intervista a Luigi Bobbio tratta dal sito
www.unacitta.it |
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Come far partecipare i cittadini al processo democratico, un problema
ancora irrisolto. Per correggere il carattere elitario della
rappresentanza, già messo in evidenza dagli antichi, ed evitare il
rischio di una partecipazione solo degli “attivi”, una possibilità è
quella del sorteggio di cittadini per discutere di un problema ed
eventualmente decidere, sul modello “giuria popolare”.
Luigi Bobbio è direttore del Master di Analisi delle Politiche Pubbliche
presso l'Università di Torino.
In
diversi paesi, per far partecipare i cittadini alla discussione sui
problemi e alle scelte del governo delle città, si sta sperimentando
anche il metodo di costituire delle assemblee di cittadini estratti a
sorte.
In
Italia è ancora una cosa abbastanza inedita. I primi esperimenti li
abbiamo fatti noi, come università, a Torino e Bologna, lo scorso marzo.
Quando parliamo di partecipazione, l’obiettivo è sempre quello di
includere tutti i possibili soggetti interessati alla questione sul
tappeto. Questa è la formula classica. Però ovviamente includere tutti è
molto difficile, se non impossibile. Se pensiamo di dover prendere una
decisione partecipata sulla fecondazione assistita, per dire, solo in
Italia ci sono 50 milioni di persone coinvolte nella questione. Se la
decisione riguarda un quartiere, come rimettere a posto la piazza, o
ristrutturare un edificio, fare un parco pubblico, magari sono soltanto
alcune decine di migliaia, ma sono sempre numeri altissimi.
Da
una parte noi avremmo bisogno di mettere dentro tutti, in modo che
ciascuno possa esprimersi e dialogare con gli altri, formandosi le idee
discutendo. E dall’altra parte c’è un problema di grandi numeri. Come si
fa a risolvere quest’impasse? Il metodo tradizionale, quello più usato,
è quello della “porta aperta”, cioè di aprire le porte di un’assemblea,
di un luogo, permettendo a tutti di entrare e dire la loro…
Questo modello tuttavia comporta un problema molto serio: quando
facciamo un’assemblea pubblica (ma vale anche per i forum internet) la
questione che viene sollevata da molte parti è quella
dell’autoesclusione. Nel senso che non solo vengono poche persone (e
questo forse non è neanche male, ci sarà sempre una grande quantità di
persone che non ha voglia, non è interessata, non ha tempo per
partecipare), ma vengono persone di un certo tipo, che significa più o
meno “attivisti”, gente che ha le mani in pasta nella questione, o che è
all’interno di qualche tipo di rete.
Questo, che è un nodo fondamentale, è anche uno dei limiti dei bilanci
partecipativi, che sono basati appunto sul principio della porta aperta.
Senza occuparci di Porto Alegre, che ha una sua specificità (l’hanno
inventato lì) resta il fatto che quello che osserviamo nelle repliche
europee (allo stato attuale ci saranno 20-30 casi di Comuni che hanno
adottato tale modello) è che la partecipazione non è solo limitata, ma è
molto connotata.
Prendiamo il caso del Municipio di Roma XI, forse il più interessante
rispetto al bilancio partecipativo; è un quartiere enorme, più di
centomila abitanti. Ebbene, in un’indagine è stata chiesta un’autocollocazione
politica dei partecipanti. Ora, non vorrei dare dati imprecisi, ma mi
sembra che più del 50% si è dichiarato di sinistra, il 30% di
centrosinistra e gli altri non si sono situati. Ecco, lì è chiarissimo
che si sono mosse delle reti associative, di amicizie, di contatti.
Parrebbe che nessuno abbia votato il centrodestra, il che non è
evidentemente e questo è un problema molto rilevante.
Il
modello assembleare poi presenta altri punti di criticità: c’è troppa
gente, solo pochi parlano, la maggior parte ascolta, quindi la
discussione, di nuovo, è viziata dal fatto che in realtà a esprimersi è
una minoranza… Ovviamente l’idea di tenere la porta aperta è molto
importante. Decidere che il bilancio di un Comune si fa attraverso
decisioni condotte con questa modalità è una novità dirompente perché
normalmente i bilanci si fanno a porte chiuse. Non voglio insomma
sottovalutare questa opzione perché effettivamente l’apertura è
importante, quindi non va disprezzata.
Un
secondo modo per garantire la presenza di tutti, o meglio per provarci -
parliamo sempre di approssimazioni - è quello di cercare di mettere
attorno a un tavolo, non tutte le persone, ma tutti i punti di vista.
Per esempio, in un quartiere si tratta di riuscire a coinvolgere le
varie figure caratteristiche, famiglie con pochi e tanti figli, anziani
e giovani, stranieri e poi associazioni, categorie, gruppi… Questa è una
costruzione artificiale abbastanza comune. A differenza dell’assemblea,
in cui si apre la porta ed entra chi vuole, qui c’è una sorta di
progettazione, di costruzione del processo. Infatti la prima cosa da
fare è quella di andare a cercare le persone. Queste cose vanno
preparate: bisogna capire chi c’è, che cosa dice, chi sono i leader
naturali, chi sono le persone che potrebbero avere delle cose da dire e
così via.
Appartengono a questa seconda tipologia i forum di agenda 21. Qui l’idea
è di creare una minirappresentazione della società in tutta la sua
complessità. L’ambizione è quella di “mettere il mondo in una stanza”.
Chi
fa lavoro di quartiere, di comunità sostiene che in generale è difficile
far partecipare i soggetti più deboli, che pur avendo delle cose da
dire, e delle esigenze, raramente entrano in un’assemblea. Ma io vorrei
aggiungere che in queste situazioni è importante far partecipare anche i
soggetti forti. Uno dei rischi dei processi partecipativi è che noi
mettiamo assieme soggetti deboli, ma i soggetti forti ci sfuggono. Un
conflitto tipico nelle nostre città è tra residenti e commercianti sul
traffico. Allora, i residenti si riuniscono, discutono, ecc., ma i
commercianti non ci sono. Perché? I poteri forti in genere non
partecipano volentieri a queste cose, anzi le evitano come la peste,
perché hanno altri canali di pressione sui decisori politici e quindi
non hanno alcun interesse a confrontarsi con i cittadini; in quel caso
dovrebbero dare delle ragioni, giustificare quello che fanno, mentre il
vero potere è quello che non deve dare ragioni. Uno ha il potere quando
può fare qualcosa senza dover spiegare a nessuno perché lo fa. E questo
è un problema serio. Quindi quando si parla di mettere insieme tutti i
punti di vista non dovrebbero mancare né i poteri deboli né quelli
forti. Poi si possono adotare vari accorgimenti perché non ci siano
prevaricazioni però, perché la cosa abbia senso, è fondamentale riuscire
a portare a confronto i costruttori, le imprese, gli imprenditori
immobiliari; non ha senso creare modelli di partecipazione se poi gli
attori principali continuano ad avere un canale diretto (ed occulto) col
sindaco, con la politica.
Vi è
infine una terza possibilità. Quella di sottoporre una questione
controversa a un gruppo di cittadini comuni estratti a sorte, che in un
periodo di tempo predeterminato, ascoltano le testimonianze di esperti e
i rappresentanti dei punti di vista contrapposti, li interrogano e alla
fine deliberano una posizione comune. Il sorteggio è un ulteriore
sistema per cercare di realizzare un buon livello di inclusione, per
avvicinarsi al “tutti”, appunto.
Il
sorteggio è alla base di diverse tecniche di deliberazione applicate nei
paesi del nord Europa e negli Stati Uniti. Ce ne puoi parlare?
Questi “formati” sono stati inventati nel corso degli anni ’70, senza
tuttavia avere alcuna eco, né in Italia né in giro per il mondo. Le
prime applicazioni sono cominciate negli anni ’90, negli Usa, in
Inghilterra, in Australia, in Germania.
La
prima formula è stata la “giuria dei cittadini”, introdotta da Ned
Crosby, che ha inventato il seguente formato: si riunisce per 4-5 giorni
un numero variabile di cittadini tra i 15 e i 25 e si offre loro
un’informazione bilanciata (con i pro e i contro) sull’argomento. In
genere si distingue tra informazioni degli esperti, i dati di fatto, e
le testimonianze, nel senso di pro e contro, anche se la distinzione non
è molto facile da tracciare. Si tratta comunque di avere uno spettro
sufficientemente ampio, rappresentativo di quello che si dice su quel
problema, dei vari punti di vista. I cittadini, sorteggiati, hanno la
possibilità di interloquire e discutere con gli esperti, alla fine si
riuniscono e elaborano una raccomandazione su quell’argomento.
Si
chiama giuria dei cittadini appunto perché mima il processo penale
americano; anche lì c’è prima una fase dibattimentale, dopodiché la
giuria si riunisce per prendere una decisione.
Negli
stessi anni, del tutto indipendentemente, un professore di sociologia
tedesco dell’università di Wuppertal, Peter Dienel, inventa una cosa
analoga, “le cellule di pianificazione” (Planungszelle). Il nome non è
molto accattivante, suona un po’ sovietico, infatti mi sembra lo stiano
cambiando. Anche qui si prendono 24 persone, selezionate in modo
casuale, e le si mettono a discutere. Lui ha condotto molti esperimenti,
molte cellule, in contemporanea in diverse città, per esempio sulle
politiche energetiche; il meccanismo è molto simile.
Una
terza modalità è stata inventata in Danimarca alla fine degli anni ’80
per fronteggiare le molte questioni tecnologiche controverse rispetto
alle quali gli stessi scienziati si trovano ad avere posizioni diverse
(dagli Ogm alle onde elettromagnetiche) su cui però occorre fare scelte
politiche. Cioè non parliamo di discussioni puramente accademiche, ma di
decisioni da prendere in condizioni di incertezza. Il metodo è simile.
Prendono un campione casuale di cittadini e, dopo averli “formati”, gli
chiedono di dire che cosa si può fare in queste condizioni: scegliere il
principio di precauzione oppure no, ecc.
E’
una pratica interessante: di fronte al conflitto tra scienziati si
rimette la decisione a cittadini comuni. Questo è stato chiamato
“consensus conference”. Anche qui il nome non è molto felice, dato che
non è detto che si debba arrivare al consenso.
Ci
sono poi i sondaggi d’opinione deliberativi (Deliberative Opinion Polls)
anch’essi attuati in numerosi paesi, in cui l’opinione dei cittadini su
un tema dato viene espressa al termine di una discussione condotta da un
campione rappresentativo della popolazione.
Questi sono stati inventati da un professore americano, James Fishkin,
in polemica con i sondaggi tradizionali che, a suo avviso, non
registrano delle opinioni, ma qualcos’altro, perché la gente spesso non
ha idee chiare, risponde senza essere informata, si vergogna a dire che
non sa, ecc. Quindi l’opinione pubblica che viene fuori dai sondaggi è
un qualcosa di molto “sporco”, di poco chiaro. Anche Fishkin propone di
mettere assieme cittadini comuni scelti casualmente, dare loro
informazioni, rilevando le opinioni prima e dopo. Dai suoi vari
esperimenti è emerso un certo spostamento delle opinioni verso una
maggiore considerazione per i problemi di equità sociale. Per esempio,
in un sondaggio deliberativo sulla criminalità la gente parte da un
atteggiamento molto ostile, drastico, per arrivare a uno più cauto. Sul
tema degli aiuti economici al Terzo mondo si è ugualmente registrato un
inizio molto egoista con un finale un po’ più solidarista, a conferma
del fatto che le opinioni delle persone si modificano.
Nella
British Columbia, in Canada, un paio di anni fa hanno messo assieme
alcune centinaia di persone, cittadini estratti a sorte, per decidere
che sistema elettorale adottare. Ho saputo oggi che stanno facendo una
cosa simile in Olanda. Lì c’era un problema di insoddisfazione per il
sistema elettorale - capita anche a loro. In genere questi esperimenti
durano poco, lì invece è durato alcuni mesi e alla fine sono arrivati a
definire un sistema elettorale poi sottoposto a referendum, che per
pochi voti è stato bocciato…
Recentemente c’è stato il caso clamoroso, di Papandreu in Grecia. Puoi
raccontare?
Papandreu, presidente del Pasok, il partito socialista greco, ha deciso
di
scegliere con un metodo di questo genere il
candidato sindaco di una città. La città è Marousi, circa 70
mila abitanti, situata nell’area metropolitana di Atene, coinvolta anche
dalle Olimpiadi. In sostanza hanno deciso di fare le primarie affidando
la decisione a cittadini qualsiasi, quindi hanno effettuato un sorteggio
casuale di 160 cittadini che per una giornata sono stati coinvolti in
questo processo.
I sei
candidati socialisti si sono presentati ai cittadini, durante la
giornata hanno affrontato 7-8 temi importanti per la città, dai rifiuti,
all’università, fino alla gestione post-olimpica degli impianti.
Normalmente le primarie si fanno tra gli iscritti, invece in questo caso
si è scelto di farle tra cittadini qualsiasi, senza chiedere nemmeno se
si definissero di destra o di sinistra, con l’idea che il candidato
sindaco deve andare bene a tutti, deve essere un candidato della
società. La cosa interessante è stata anche che, non essendo attivisti,
l’85% dei partecipanti non aveva mai sentito nominare nessuno dei
candidati, non li conosceva proprio. Curiosamente è uscito come
candidato sindaco del Pasok quello meno conosciuto.
Beh,
è stata una cosa molto coraggiosa. Papandreu ci stava pensando da molto
tempo, aveva cercato di proporre questo modello a vari comuni greci, ma
i gruppi dirigenti locali del partito non ne volevano sapere, alla fine
è riuscito a trovarne uno…
In
altre parole, questa modalità si sta delineando come un’altra via
possibile. Anche qui ovviamente ci sono dei problemi di autoselezione,
nel senso che quando si selezionano dei cittadini su base statistica (è
come se si facesse un campione per un sondaggio), poi la tecnica prevede
che gli si chieda se vogliono partecipare e ovviamente non tutti dicono
di sì, una buona parte dice di no...
Hai
parlato di sorteggio casuale e al contempo di campione rappresentativo.
Come funziona concretamente la selezione?
Si
può fare in vari modi. La tecnica dei sondaggi sceglie a sorte il numero
di persone stabilito e poi le intervista. Il primo problema è
evidentemente quello dell’autoselezione, aggravato dal fatto che qui non
si tratta di rispondere a delle domande, ma di dedicare uno-due-tre
giorni all’esperimento.
Un
particolare: a questi cittadini viene sempre offerto un compenso, che in
genere non è né troppo piccolo da risultare ridicolo né troppo grande da
viziare le motivazioni della partecipazione stessa. Dev’essere
calibrato. Certo, queste cose costano.
Per
selezionare le due giurie interpellate sulle misure contro
l’inquinamento da traffico che abbiamo fatto in contemporanea a Torino e
a Bologna, noi abbiamo usato il metodo del “campione stratificato”. In
sostanza si sceglie un campione, mettiamo di mille persone, e si inizia
a chiedere loro se vogliono partecipare. Però tu hai delle caselle da
riempire, per così dire.
Nel
nostro caso, ad esempio, avevamo deciso di avere metà uomini e metà
donne, cosa fondamentale (ma che in genere non succede); inoltre,
siccome il problema era il traffico, ci doveva essere un equilibrio tra
gli abitanti del centro e quelli della periferia, poi le classi di età.
Uno dei problemi enormi della partecipazione è che in genere riguarda
solo gli anziani. Coinvolgere le persone mature che lavorano è una vera
impresa; non parliamo delle donne con bambini piccoli; anche i giovani
sono sempre pochi.
Ecco,
con questo metodo possiamo almeno assicurarci una certa rappresentanza
demografica. In questo caso noi avevamo deciso di avere un terzo di
giovani, un terzo di maturi, un terzo di anziani. E poi ci sono i titoli
di studio; tutte le indagini internazionali dicono che la partecipazione
cresce col crescere dei titoli di studio. Quindi anche lì siamo riusciti
a ottenere tot con la scuola dell’obbligo, tot con diploma, laurea, ecc.
Quindi si possono fare campioni stratificati. Naturalmente all’interno
di ogni strato c’è un’autoselezione, però ne hai meno che in tutti gli
altri casi e quindi l’insieme di persone diventa interessante.
Nell’esperimento condotto a Torino,
i 21 giurati selezionati sono venuti tutti e secondo me abbiamo messo
insieme un bello spaccato della società torinese: un po’ di pensionati,
ex operai Fiat, ferrovieri, casalinghe, un giovane disoccupato delle
periferie, un paio di studenti… gente che non avrebbe mai avuto la
possibilità di incontrarsi nella propria vita.
Gli
antichi consideravano il sorteggio come la quintessenza della
democrazia.
C’è
un passo di Aristotele che dice: l’elezione è tipica dell’aristocrazia e
il sorteggio è tipico della democrazia. Bernard Manin, in un libro
uscito in italiano nei primi anni ’90, La democrazia dei moderni,
passato del tutto inosservato, ha scoperto che questa dicotomia
sorteggio uguale democrazia, elezione uguale aristocrazia (enunciata per
la prima volta da Aristotele), viene ripresa fino al ‘700. Ne parlano
anche Rousseau, Montesquieu. Manin ha trovato una bellissima pagina di
Guicciardini che dice esattamente la stessa cosa, lui poi era favorevole
all’aristocrazia e quindi al sistema elettorale, proprio perché permette
di selezionare…
Beh,
questo è abbastanza curioso, perché noi consideriamo l’elezione la
quintessenza della democrazia. Per noi la democrazia è uguale a
elezioni, ma gli antichi non la pensavano così. La ragione sta
sostanzialmente nel fatto che con il sorteggio tutti hanno uguali
probabilità di ricoprire una carica pubblica o di partecipare a un
organismo decisionale. Quindi è il sorteggio il vero strumento
egualitario, mentre le elezioni servono a selezionare una classe
dirigente, quindi sono uno strumento antiegualitario: servono per
selezionare gli aristocratici nel senso dei migliori, coloro che
meritano di rappresentarci perché hanno qualche caratteristica che noi
non abbiamo.
Ebbene, questo dibattito scompare completamente alla fine del ‘700. In
occasione della discussione della costituzione americana il tema del
sorteggio scompare e da allora in poi si parla solo di elezioni.
Ovviamente l’obiezione al sorteggio, che ci potrebbe essere anche per le
giurie di cittadini, è quella degli “incompetenti”. Manin sostiene che
già nell’antica Grecia c’erano dei correttivi. Ad Atene, ad esempio, il
sorteggio non veniva fatto tra tutti, ma tra tutti coloro che volevano
partecipare (che mettevano il loro nome nelle ceste), quindi c’era prima
un atto di autoselezione.
Nel
nostro caso, la riscoperta del sorteggio come metodo per far partecipare
le persone pone il problema di vedere se funziona.
In
base alle esperienze che si sono viste in giro sarei abbastanza
ottimista: cittadini qualsiasi messi a discutere se la cavano abbastanza
bene e riescono in genere ad arrivare a prendere decisioni non banali,
argomentate. Teniamo presente che molti arrivano senza avere idee
precise sulla questione.
Si
sta discutendo molto del disegno di questi processi: come presentarli
alla cittadinanza, come fare interloquire i partecipanti, quanto tempo
deve durare... Noi abbiamo già commesso degli errori. Per esempio, la
prima volta abbiamo messo troppe testimonianze tecniche, lasciando poco
tempo per discutere e quindi, secondo me, la discussione è stata
strozzata, con l’effetto di produrre delle decisioni un po’ deboli. Però
si può far meglio, questi aspetti si possono affinare.
Come
viene stabilito il numero dei sorteggiati?
Ci
sono varie possibilità. C’è un “formato” sul modello della giuria dei
cittadini che coinvolge 15-20 persone. In questo caso è chiaro che non
c’è nessuna pretesa di rappresentatività. Non abbiamo alcuna garanzia
che scegliendo altri venti cittadini deciderebbero le stesse cose. Però
può essere ugualmente interessante sentire cosa dicono.
Ci
sono però dei casi in cui è possibile mettere molta più gente insieme. I
sondaggi deliberativi possono arrivare anche a 200-300 persone, offrendo
una sorta di rappresentatività statistica, per quel che vuol dire. O
ancora esiste la formula del
“town meeting del XXI secolo”, dove
puoi mettere assieme parecchie migliaia di persone. Adesso ne faremo uno
per la
regione Toscana; il 18 novembre a
Carrara metteremo 500 persone a discutere. Quello che voglio dire è che
ci sono tanti possibili disegni e con ciascuno guadagni qualcosa e perdi
qualcos’altro. Comunque il numero può essere variabile. In generale
quando il numero aumenta la discussione avviene comunque in piccoli
gruppi. Fishkin, nei sondaggi deliberativi, fa discutere la gente in
tavoli da 10-15 persone al massimo, poi questi si relazionano con gli
altri; le formule e gli accorgimenti sono molto vari.
La
cosa fondamentale è far parlare cittadini sorteggiati casualmente.
Queste iniziative che implicazioni e ricadute hanno sul piano
politico-operativo? A Bologna, la giuria dei cittadini aveva scartato il
pedaggio per l’entrata in città, ma poi il Comune l’ha introdotto
ugualmente…
Questo è il punto decisivo. La domanda è: queste cose influenzano in
qualche modo le decisioni pubbliche? Qui l’esperienza è molto variabile.
E’ difficile stabilire una regola perché in realtà dipende dai poteri
pubblici. Infatti, in tutto il mondo, questi esperimenti tendenzialmente
vengono fatti coinvolgendo le amministrazioni. Nel caso di Torino noi
avevamo coinvolto la Regione, la Provincia e il Comune, i tre assessori.
Ora, sarebbe assurdo pretendere che le raccomandazioni di una giuria di
cittadini siano prese come oro colato, e che quindi diventino vincolanti
per i politici, perché esiste la democrazia rappresentativa, e tuttavia
è necessario che in qualche modo se ne tenga conto.
In
Grecia l’esperimento ha funzionato perché c’era un impegno e Papandreu
era fermamente convinto. Dietro insomma c’è un problema di volontà
politica, che secondo me è insuperabile.
Le
modalità per “tenerne conto” comunque possono essere varie. Da molte
parti si stipula un contratto in cui l’amministrazione si impegna a dar
seguito alle raccomandazioni che escono da questi forum e se non lo fa a
motivare il perché. L’impegno potrebbe anche essere minore: la
pubblicazione dei risultati, ecc. L’importante sarebbe cominciare
chiedendo alle amministrazioni un impegno specifico di qualche tipo,
anche non molto stringente. Noi non l’abbiamo fatto, temevamo che la
richiesta di un impegno specifico scritto avrebbe inibito il loro
coinvolgimento, magari saremo un po’ più coraggiosi la prossima volta,
cercheremo di osare di più.
Comunque questo è il nodo centrale. In Italia, poi, essendo agli inizi,
dovremo farci un po’ le ossa; gli stessi strumenti vanno perfezionati.
Però naturalmente tutto questo deve poi contare nelle scelte politiche,
perché altrimenti la frustrazione rende vana e non più proponibile
qualsiasi esperienza di questo tipo. Senza un’adeguata volontà politica,
sarà difficile che queste cose vadano avanti.
Questo insomma è il problema numero uno che, del resto, da nessuna parte
è stato risolto. Tra l’altro, siccome in Italia c’è una tradizione che
vede la politica come corpo separato, sarà particolarmente arduo. I
politici diffidano di queste cose perché le vedono un po’ come un terno
al lotto, qualcosa che gli sfugge di mano.
Quindi c’è un problema culturale, compensato però, dall’altra parte,
dall’urgenza di certe questioni. Oggi i politici hanno bisogno di
indicazioni, di consenso, e potrebbe essere per loro conveniente
delegare, in parte o del tutto, alcune loro prerogative a un altro tipo
di ascolto…
Per
esempio, attualmente la Regione Toscana sta preparando una legge sulla
partecipazione. Poteva farlo senza far partecipare gli interessati? No,
quindi ha messo in piedi un processo di coinvolgimento molto ampio che
sfocierà in questo “town meeting” in cui 500 persone discuteranno
simultaneamente. Per ora sono stati enucleati i tre temi, su cui il town
meeting si pronuncierà in una giornata. Allora, intanto bisognerà vedere
se usciranno indicazioni precise. Dopodiché ne terranno conto? Loro si
sono impegnati a farlo, del resto, hanno scelto loro di intraprendere
questo percorso, comunque cosa succederà lo vedremo.
Oltre
ai politici, anche i gruppi e le associazioni “militanti” diffidano del
sorteggio…
Infatti. L’altro gruppo dolente, oltre ai partiti, sono appunto i
portatori di qualche interesse, gli attivisti, le associazioni, che non
vedono di buon occhio questa cosa, perché - è ovvio - soprattutto i
gruppi che sono abituati ad avere una concertazione abbastanza stabile
con le amministrazioni pubbliche, interpretano tutto questo come
un’espropriazione. Anche nella letteratura internazionale vengono
descritti numerosi conflitti tra le organizzazioni e queste esperienze.
La
tesi di alcuni, molto radicale, è questa: la partecipazione deve essere
fatta attraverso cittadini scelti casualmente. I gruppi, le
associazioni, ecc. devono comparire semplicemente come testimoni. Cioè
non devono prendere decisioni, ma argomentare, cercare di convincere i
cittadini. Quindi dovrebbe cambiare il loro ruolo: anziché concordare le
scelte con l’amministrazione, dovrebbero limitarsi a cercare di
convincere i cittadini.
E’ un
rovesciamento molto radicale. Questo potrebbe diventare un metodo
normale di prendere le decisioni, ma per ora è troppo presto. La mia
posizione in questo momento è: proviamole tutte. Questa strada ha molti
limiti, molti difetti. Il principale, secondo me, è che mettendo insieme
cittadini qualsiasi, l’aspetto della discussione rischia di essere più
di tipo educativo che di vera discussione. C’è un aspetto pedagogico:
sicuramente imparano, però probabilmente non fanno in tempo a
padroneggiare questioni complesse a un livello tale da poter esprimere
raccomandazioni fondate. Quindi ci sono dei problemi, anche grossi.
Del
resto, se tu sorteggi a caso, è assai poco probabile che ti imbatta in
qualche “militante”, perché sono una minoranza infima della popolazione.
Comunque, nel caso uno di loro venga incluso, va benissimo, non è che li
devi scartare.
Il
punto è che comunque la discussione all’interno delle giurie è guidata,
ci sono i facilitatori, si fanno parlare tutti, si fanno fare i giri di
tavolo, per cui il militante è messo in condizioni di parità con gli
altri. Questi metodi servono anche per ridurre l’asimmetria di
informazioni, di convinzioni, così da contenere le possibilità di
manipolazione.
A
Torino, noi avevamo messo questi 21 cittadini in cerchio; la
facilitatrice, Iolanda Romano, ha fatto parlare tutti a turno; la
discussione è stata guidata in modo che tutti potessero esprimersi.
Malgrado questo, ci sono alcune persone che nella sessione delle domande
ai testimoni, che era libera, non hanno mai parlato, risultando le più
“deboli” anche nella fase successiva. Quindi abbiamo visto che si
riscontrano squilibri evidenti, ci siamo resi conto che alcuni di questi
giurati neanche alla fine avevano opinioni precise. Quando gli abbiamo
chiesto di dire quali erano le soluzioni che preferivano per ridurre il
traffico, alcuni hanno detto: “Non lo dico subito, aspetto che finisca
il giro”. In qualche modo li abbiamo messi in difficoltà e questo non va
bene. Allora, il problema è: si possono correggere queste dinamiche? Ci
stiamo lavorando. Sono tutte cose da perfezionare, da aggiustare. Noi
abbiamo interpellato Lyn Carson, un’australiana che da tempo si occupa
di queste cose e che alla fine ha scritto
un articolo sulle due esperienze, Torino e Bologna, indicando
possibili correttivi. Insomma, si cerca di andare avanti, ci si sta
lavorando… Il suo articolo è stato pubblicato, insieme a una
nostra replica, sul
Journal of Public Deliberation, una
rivista on line nata un anno e mezzo fa, oramai divenuta un punto di
riferimento per i vari facilitatori ed esperti che lì mettono a
confronto e fanno circolare le loro esperienze.
Tornando alla questione dei “portatori di interessi”, io credo che
comunque quel modello continui a essere utile. La discussione tra
stakeholders resta preziosissima, deve continuare. Il sorteggio non è
sostitutivo. Come dire, dobbiamo provarle tutte. Il fascino del
sorteggio è quello di chiamare in causa il cittadino comune, uno
qualsiasi. La democrazia in fondo è questo: chiunque dovrebbe poter
governare; tutti in linea di principio devono essere in grado di
prendere decisioni sul bene comune.
Una
delle obiezioni che vi è stata posta è che il sorteggio non rafforza la
cittadinanza attiva.
A un
convegno a Firenze, alcuni attivisti ci hanno detto: “Questo non è un
metodo che rafforza la cittadinanza”. Perché? Perché i cittadini vengono
presi casualmente, messi lì per due-tre giorni e poi se ne vanno, quindi
non si creano reti, né legami. Questo è sicuramente vero: il metodo del
sorteggio non fa crescere la cittadinanza attiva. Se anche queste
esperienze si moltiplicassero non si arriverebbe a coinvolgere più dello
0,3% della popolazione, quindi la massa d’urto sarebbe molto limitata. E
non è detto che questi diventino poi attivisti. Probabilmente ritornano
a fare le loro cose come prima. Pertanto questa è un’obiezione vera.
Voglio però aggiungere una riflessione: oggi si parla molto di
cittadinanza attiva; ecco, se si volesse trovare una formula direi che
il sorteggio permette la partecipazioni della “cittadinanza passiva”.
Questo mi sembra un punto importante. La stragrande maggioranza dei
cittadini sono cittadini passivi. Sono automaticamente tagliati fuori (o
si tagliano fuori da sé, ma non cambia molto) da tutti i processi
partecipativi. Metterli in condizione di pronunciarsi sulle scelte
collettive non è una cattiva idea e può riservare sorprese decisamente
interessanti.
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