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i cittadini si riprendono gli spazi pubblici

 
 

 

 
 

 

Pratiche virtuose per reagire alla penuria di strutture: un interessante articolo di Luca Rossomando su Repubblica-Napoli del 10 settembre 2008

 

 

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Nel parco Ventaglieri, a Montesanto, alcune mamme con figli piccoli, due architetti, un fabbro e un pittore hanno costruito nel corso di alcuni mesi due giochi in legno e ferro, che poi sono stati abbelliti secondo i “suggerimenti” disegnati dai bambini durante i laboratori tenuti in corso d´opera. A luglio i due giochi - una parete per le arrampicate e un ponticello - sono stati installati nel parco durante una festa all´aperto. Il materiale per la costruzione è stato acquistato con duemila euro, stanziati dalla Municipalità, con la quale è avviata da tempo una collaborazione per migliorare la vivibilità del parco. A maggio, alcuni abitanti del rione Sanità sono entrati nel parco comunale davanti all´ospedale San Gennaro, completato ma abbandonato da un anno e mezzo senza il collaudo e senza le rifiniture; hanno cominciato a pulirlo, hanno organizzato una festa, delle proiezioni all´aperto.

Poi sono andati dall´assessore e hanno ottenuto la riparazione di una ringhiera, una fontana, la rete intorno al campo di calcetto. Da luglio il Comune ha messo un guardiano; adesso il parco chiude prima e non si può andare a prendere il fresco la sera, ma le persone continuano a riunirsi una volta alla settimana, a prendersi cura del parco e a prodigarsi affinché resti aperto.

Nello spoglio cortile dell´edificio di via Forno Vecchio, sede di alcuni dipartimenti di Architettura, un gruppo di studenti aveva sistemato alcuni arredi fatti con materiale riciclato, tavolini e poltrone mobili, spostabili da un punto all´altro a seconda della posizione dell´ombra e del sole, grazie alle quali lo spazio si era trasformato in una piccola piazza dove incontrarsi. Poi, all´inizio di luglio, l´università ha sostituito gli arredi informali con delle panchine fisse, con buona pace di coloro che sul cortile stavano ragionando non in termini di decoro ma in relazione alle modalità umane di vivere lo spazio.

E ancora, a Scampia è in corso da un anno il recupero di un´area verde nel rione dei cosiddetti Sette palazzi, avviato su iniziativa di una famiglia che abita lì e che con il tempo ha coinvolto decine di bambini, adolescenti e adulti della zona; a poca distanza, la creazione prima dell´estate di un campetto di calcio in uno dei campi rom del quartiere, accanto a una baracca-ludoteca già costruita, si inserisce all´interno del lavoro di coinvolgimento e di scambio che alcuni gruppi di attivisti attuano in quel posto da anni.

Sono esempi recenti, ancora in corso, di come parti di questa città vengano utilizzate dai suoi abitanti, di come questi si organizzino per piegare alle proprie esigenze, più o meno urgenti, gli spazi disponibili, cioè gli spazi pubblici; di come reagiscano alla penuria di strutture e all´indifferenza delle istituzioni: tu non mi dai una palestra, noi ci mettiamo in strada; tu non mandi a pulire, a tagliare l´erba, noi diventiamo giardinieri, netturbini; tu non riesci ad aprire il parco, allora lo apriamo noi. Sono pratiche virtuose, che non cancellano quelle viziose, che come sappiamo sono altrettanto diffuse e aggressive, e per gli stessi motivi: l´abbandono, l´incuria sistematica, l´assenza di un governo del territorio; ma qui abbiamo elencato alcune di quelle positive e proviamo a capire che cosa ci dicono.

Innanzitutto che la “vivibilità” non è qualcosa che debba essere concesso, elargito dall´alto. Le persone sono capaci di “pensare” un luogo e di trasformarlo di conseguenza. Questo accade, spesso, se c´è qualcuno capace di prendere l´iniziativa, di accendere una scintilla, di mettere in moto una voglia. Ogni storia è differente, ma in molti casi salta agli occhi una caratteristica: chi si organizza lo fa al di fuori del proprio ruolo, al di là di ogni specializzazione, attivando risorse latenti, assopite, che nessuno gli aveva richiesto fino a quel momento. Gli amministratori, per definizione, dovrebbero limitarsi a creare le condizioni di questo risveglio: tenere in ordine la città, far funzionare i servizi. In qualche caso, raro, si instaura una collaborazione, ma il più delle volte nessuno risponde, o al massimo arrivano i vigili o la polizia. Si tratta pur sempre di esperienze incontrollabili, che mettono in subbuglio luoghi e persone, rischiano di alterare interessi e competenze fossilizzate. La manutenzione ordinaria è uno dei problemi cronici, la vera emergenza delle amministrazioni napoletane. Ma qui nessuno sembra in grado di porsi in ascolto; di dialogare senza strumentalizzare; di migliorare, senza riserve mentali, insieme a chi ha deciso di darsi da fare.

Negli ultimi tempi i governi locali, facendo leva sulla sponda di quello centrale, cercano di uscire dall´angolo in cui si sono messe, ponendo l´accento su due modi di governo: quello dell´emergenza, quando sono sulla difensiva, e quello dei grandi eventi, quando cercano di passare al contrattacco. Entrambi sono modi che mettono tra parentesi la gestione ordinaria della vita quotidiana, eludono l´esigenza di partecipazione dei cittadini, glissano sulla trasparenza delle procedure, scavalcano la possibilità di sperimentare le riforme, di verificarne l´efficacia. Nei grandi eventi si mette in piedi una consistente burocrazia di sedicenti esperti, si assegna loro un campo d´intervento, si concentra un investimento cospicuo in un tempo limitato e per interventi effimeri o affrettati. Durante queste manifestazioni i cittadini diventano pubblico, a volte pagante a volte no; la sostanza è che non devono far altro che assistere, fidarsi, lasciarsi guidare. I grandi eventi sono il contrario dei piccoli e sudati episodi che ci mostrano il modo in cui le persone acquistano autonomia, resuscitano la socialità, rivendicano l´uso creativo dei luoghi in cui vivono.

Il modo di governare attraverso l´emergenza è da anni in Campania sotto gli occhi di tutti, anche qui in sostanza ci si affida a una ristretta cerchia di autoproclamati specialisti, i quali sotto il riparo di un garante posto al vertice della struttura, si dedicano a fare e disfare ignorando vincoli e regole, o - come ha spiegato con convinzione il commissario Bertolaso per legittimare il suo operato - ritengono di non doversi fermare ai semafori rossi. Anche in questa modalità di governo non è previsto il contributo dei governati, se non sotto forma di obbedienza e cieca approvazione. E invece nei mesi scorsi la popolazione ha reagito, e lo ha fatto occupando fisicamente e ri/creando spazi pubblici che hanno attirato, spingendole a manifestarsi, anche componenti della società di solito sorde a questo richiamo.

Nelle strade di Pianura, nella Manifattura Tabacchi di Gianturco o alla rotonda Titanic al confine tra Chiaiano, Marano e Mugnano - spazi pubblici di emergenza, nati contro le politiche dell´emergenza - si sono affacciate le donne e i ragazzi delle periferie, alcuni con prepotenza, mostrando le insegne in cui si riconoscono, altri timidamente, alla spicciolata, ma tutti si sono esposti, hanno preso la parola sul destino del proprio territorio, hanno mostrato coraggio e organizzazione. Sono stati accusati di fare il gioco dei camorristi. E di certo non sono mancate ambiguità. Ma i ragazzi di Pianura, alzando le barricate hanno impedito che si riaprisse una discarica che nei mesi successivi è stata unanimemente riconosciuta come una bomba di rifiuti tossici; le donne di Gianturco hanno mostrato a tutti come un´enorme struttura destinata al quartiere rischiasse di diventare un deposito di immondizia senza alcuna utilità per la crisi in atto, ma solo per mostrare alla provincia che il capoluogo stava facendo la sua parte. A Chiaiano, infine, è andata come sappiamo. E, ad ascoltare la voce dei comitati, i giochi non sono del tutto chiusi.  

 
     
   

 

 
     
     

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